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verso sangue dal caso

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Mar 31

23. l’altra notte in tv

stanotte ho fatto una cosa che non facevo da tempo. ho guardato la tv, lasciandomi guidare dal suo flusso di immagini colorate: mi sono arreso a una forza più antica di me. in questa casa siamo in cinque ed è difficile ottenere il controllo completo del telecomando. non era neppure ciò che volevo. volevo solo starmene accuciato sul divano, senza dormire, con qualcuno che decidesse per me.

da piccolo mi succedeva spesso. rimanevo attaccato sul canale musicale per ore. era un mondo colorato, fuori il cielo dei pomeriggi invernali o comunque bicolore, un cielo lontano dal mondo, quello vero, o finto, della tv e dei ragazzi e delle città più grandi. nella tv c’erano questi cantanti colorati, c’erano i neri - e qui non è che se ne siano mai visti molti, di neri.

allora l’altra notte ho solo preso in consegna la tv da mia sorella. non ho neppure cambiato canale. c’era un film. un film stupido, credo, almeno secondo i miei criteri abituali. la trama inciampava in due o tre punti sul romanzesco, che poi è come dire ridicolo, di questi tempi; ma c’erano questi tizi dei quartieri popolari che erano assolutamente credibili. i costumi, e gli attori - non so come facessero, ma era tutto più simile alla realtà del solito. persino le ciocche ossigenate dei personaggi femminili. e la mamma, una donna tenera e volgare al tempo stesso come certi bulli di periferia.

ho passato due ore al riparo dalla realtà grazie al flusso magico e colorato di quel marchingegno poco sofisticato di deliberata finzione che è la tv. troppo colorato per esser confuso con la realtà. due rette parallele non si incontrano mai: come stare sotto un ombrello mentre fuori non piove.


Gen 28

110. l’impresario

gli spettacoli di wanda jee non facevano ridere, per niente. le sue gag, le sue imitazioni: niente di niente, in sala non rideva nessuno. non era neppure una persona spiritosa. fuori dalla scena, wanda jee era piccola, indifesa, la sensazione era di stringere qualcosa di prezioso, se l’abbracciavi, ma ridere, proprio niente. a me capitò una volta, d’abbracciarla, diciamo così, ma per caso, forse per errore. la prima volta che vidi il suo spettacolo, fu l’unica in cui si sentì una risata in tutta la sala: si trattava di un signore sulla settantina. wanda avrebbe detto, in seguito, che era stata quell’unica risata a farle capire che doveva insistere. ma io sapevo che il signore s’era messo a ridere per una scoreggia della moglie accanto a lui.

sì, io ero innamorato di wanda jee, per così dire. ma non gliel’avrei detto per nulla al mondo. temevo che farglielo sapere l’avrebbe resa ancor meno divertente - se possibile. del resto lei in me vedeva una sorta d’impresario, manager, forse la quintessenza stessa del suo pubblico - un pubblico che rideva dentro, diceva lei. io in lei vedevo un’eroina tragica. tanto più tragica quanto incapace di realizzarsi come attrice tragica. la seguii per tre inverni nei teatri di tutta la provincia di stranocaso. e non risi mezza volta.

mi sedevo in prima fila e passavo l’intero spettacolo a rigirarmi i pollici o a coprirmi gli occhi in certi passaggi piuttosto, come dire, arditi. lo spettacolo di wanda era semplice. elementare. neppure un’improvvisazione. ma nessuno rideva. a fine secondo atto, andavo dietro le quinte e la vedevo sorridere. così non riuscivo mai a dirle la verità, e cioè che avrebbe dovuto smettere.

poi una sera la gente aveva cominciato a ridere, davvero. non molto. solo qualche risolino. ma non si rideva per lo spettacolo; si rideva di wanda. e questo è il confine tra commedia e tragedia. solo una volta, quella sera, vidi wanda vacillare: fu un attimo, in cui i suoi occhi si fecero lucidi; poi continuò a parlare con rutti e acuti e strani dialetti del sud e fece tutte le altre sue gag; ma sapevo che era finita. andai nel camerino, questa volta deciso a convincerla di smettere una volta per tutte. l’amavo, per così dire, e sentivo il dovere di metterla in guardia.

l’impresario era un uomo alto, elegante, sulla quarantina; profumava di dopobarba alla vaniglia, o all’incenso, e parlava tenendo gli occhi puntati in quelli di wanda jee. le proponeva teatri del nord e televisione. wanda jee mi guardò una volta sola, una domanda sotto forma di sguardo, e tornò ad ascoltare la favoletta del suo nuovo manager. be’, posso solo dire che a quel punto compresi che wanda mi sarebbe mancata, e che quella sera, quando la vidi col suo nuovo impreario - per l’amor del cielo, allora provai davvero il bisogno di ridere. buona fortuna, wanda jee.