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verso sangue dal caso

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Apr 3

18. teoria della crociera

tanto tempo fa ero in un angolo. un vicolo, intendo. prendevo tempo, forse lo perdevo: non ricordo. uno di quei momenti in cui ogni cosa sfuma attorno a un singolo principio. che pure non afferri. riflettevo sul principio o teora della crociera. sì, pensavo ai bar e alle sale da gioco sulle navi da crociera. e all’aiuole. alle hall immense e ai bagni turchi su quelle imbarcazioni. e le piscine!, le piscine su una cosa che sta sul mare! insomma, finii col cadere nel tombino di quella maledetta strada in cui mi trovavo.

non so dove mi trovo adesso. non lo so proprio. c’è della sabbia attorno a me. potrebbe soffocarmi. sono sbucato qui da un tunnel collegato al tombino, suppongo. sono atterrato nella sabbia. dopo un po’, mesi o forse anni, la sabbia ha cominciato a muoversi. ho provato a nuotarci dentro, tra i granelli infiniti. il posto in cui mi trovo ha dei muri di vetro che curvano verso il basso. sono tornato al centro, dove la sabbia scende in un mulinello. sono arrivato sul fondo e ho trovato un altro buco. mi ci sono infilato e sono caduto su dell’altra sabbia. anche qui, muri di vetro, che curvano però verso l’alto. la sabbia del posto in cui ero prima mi cade addosso. mi soffocherà, immagino.

non lo so proprio dove mi trovo. mi piace dire che mi trovo nel tempo. la cosa mi fa ridere. perché non posso dirlo a nessuno, e comunque non ho appetito né fame. penso alla teoria della crociera a tutti gli espedienti di cui è capace l’uomo - una piscina, una piscina sul mare!, qualsiasi cosa pur di dimenticarsi di essere su una nave!



Feb 13

95. il tempo ghiacciato

la mano del papà è immobile: sollevata a mezz’aria, pronta a colpire. per la verità, tutto è immobile in cucina. una delle molle con cui daisy stava giocando prima che il tempo si fermasse, ferma e tesa nell’aria. sarebbe finita nel lavabo. ecco, lì c’è la mamma, è di spalle e immobile coi piatti in mano. chissà che faccia starà facendo. daisy scende dalla sedia, saluta papà immobile alzando il dito medio e si dirige verso la mamma. le sfila i piatti sporchi dalle mani e li appoggia sul tavolo, prima che scivolino nel lavabo. quando tutto tornerà alla velocità giusta saranno guai.

la mamma ha la solita espressione annoiata di quando papà sgrida daisy. forse alla mamma non va bene che papà utilizzi le mani, con la piccola, ma la piccola ha sperimentato questo metodo da qualche mese: lei ghiaccia il tempo. ormai conosce l’espressione del papà quando si incazza, intuisce quali muscoli facciali muove quando ha intenzione di colpirla: la rabbia deforma il volto di quest’uomo giovane e irascibile. papà, pensa daisy, dovrai smetterla, prima o poi. sembri così scemo.

la piccola è davanti al papà che ha la bocca semiaperta, un occhio socchiuso, l’altro spalancato. scemo, scemo!, dice daisy. poi si sistema nella stessa posizione in cui era prima che il mondo si fermasse, sulla sedia. per la verità, lei non sa se il mondo là fuori è fermo. non ha mai avuto il tempo di controllare. in genere questa storia dura non più di dieci minuti.

daisy è in posizione. aspetta che il tempo torni a fare il proprio lavoro. chiude gli occhi. la sberla arriverà da un momento all’altro. prenderla così riduce il dolore, rende tutto più ridicolo nella sua lenta frammentazione. ma niente. daisy apre gli occhi, guarda il papà, ancora immobile. aspetta. niente. guarda l’orologio. passano cinque minuti. ancora niente. poi dieci, venti, quaranta, un’ora. daisy si aggrappa ai pantaloni del papà, urla che rivuole indietro la sua famiglia, l’orologio, gli schiaffi. in preda al panico, va sul divano, si stende, si addormenta (è pur sempre una bambina), si risveglia in piena notte e tutto è ancora fermo. piange, un po’ rassegnata, corre fuori dall’appartamento per chiedere aiuto.

ferma sulla soglia, daisy guarda il buio attorno. è molto più del buio normale, di quello nella sua stanza e quello della notte: nero ovunque, nel quartiere, e nella città, e nel cielo, niente lampioni, alberi o strade. qualcuno ha rubato la luce, e pure il tempo. com’è che si dice?, “per sempre”, chissà.