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verso sangue dal caso

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Apr 11

9. il teatro dell’orrore

non sapevo quali erano i piani, io non lo sapevo proprio. intorno a me solo rumore, rumore di ferro - clangore - la caligine della battaglia e aria marcia, il frutto aspro della discordia fra uomini e uomini. le parole avevano perso il suono, le frasi il ritmo e l’affanno il respiro. io non sapevo cosa accadeva, non lo sapeva nessuno - era questa la giustificazione più frequente.

dei fanti ricordo l’incedere perplesso e regolare, l’azzuffarsi per niente - quel niente che molti chiamano gloria, ma gloria altrui; dei cavalieri e degli alfieri ricordo quello strano modo d’avanzare a scatti, e quel parallelo scrutare di traverso, mentre l’ombra della colpevolezza si allungava su ogni individuo. dalle torri giungevano grida, l’avvertimento si mutava in timore e il timore in terrore. era un’eco, la nostra vita, l’eco di altre vite già narrate e perdute.

si diceva all’epoca che persino il re fosse corrotto; e che questa corruzione fosse il tratto distintivo e requisito unico per poter tenere unito il popolo; perché nella colpevolezza del re affievoliva il peso del peccato individuale; e anche si raccontava che la regina tradisse il re per un altro regno, un regno di pace e perfezione; si disse anche che non esisteva alcun re, e che la regina si camuffasse di volta in volta da re o da regina; e che dunque il peccato e la corruzione a corte non fossero che teatro; e a me fu chiesto, una volta, prima di partire per la battaglia, se non pensassi anch’io che la vita stessa è corruzione.

non risposi; e neppure tornai da quei territori. dalla terra del mai in cui mi trovo, in cui esistono solo due colori che si alternano come l’errare e il fermarsi, io cerco risposte armato di falce.


Gen 28

110. l’impresario

gli spettacoli di wanda jee non facevano ridere, per niente. le sue gag, le sue imitazioni: niente di niente, in sala non rideva nessuno. non era neppure una persona spiritosa. fuori dalla scena, wanda jee era piccola, indifesa, la sensazione era di stringere qualcosa di prezioso, se l’abbracciavi, ma ridere, proprio niente. a me capitò una volta, d’abbracciarla, diciamo così, ma per caso, forse per errore. la prima volta che vidi il suo spettacolo, fu l’unica in cui si sentì una risata in tutta la sala: si trattava di un signore sulla settantina. wanda avrebbe detto, in seguito, che era stata quell’unica risata a farle capire che doveva insistere. ma io sapevo che il signore s’era messo a ridere per una scoreggia della moglie accanto a lui.

sì, io ero innamorato di wanda jee, per così dire. ma non gliel’avrei detto per nulla al mondo. temevo che farglielo sapere l’avrebbe resa ancor meno divertente - se possibile. del resto lei in me vedeva una sorta d’impresario, manager, forse la quintessenza stessa del suo pubblico - un pubblico che rideva dentro, diceva lei. io in lei vedevo un’eroina tragica. tanto più tragica quanto incapace di realizzarsi come attrice tragica. la seguii per tre inverni nei teatri di tutta la provincia di stranocaso. e non risi mezza volta.

mi sedevo in prima fila e passavo l’intero spettacolo a rigirarmi i pollici o a coprirmi gli occhi in certi passaggi piuttosto, come dire, arditi. lo spettacolo di wanda era semplice. elementare. neppure un’improvvisazione. ma nessuno rideva. a fine secondo atto, andavo dietro le quinte e la vedevo sorridere. così non riuscivo mai a dirle la verità, e cioè che avrebbe dovuto smettere.

poi una sera la gente aveva cominciato a ridere, davvero. non molto. solo qualche risolino. ma non si rideva per lo spettacolo; si rideva di wanda. e questo è il confine tra commedia e tragedia. solo una volta, quella sera, vidi wanda vacillare: fu un attimo, in cui i suoi occhi si fecero lucidi; poi continuò a parlare con rutti e acuti e strani dialetti del sud e fece tutte le altre sue gag; ma sapevo che era finita. andai nel camerino, questa volta deciso a convincerla di smettere una volta per tutte. l’amavo, per così dire, e sentivo il dovere di metterla in guardia.

l’impresario era un uomo alto, elegante, sulla quarantina; profumava di dopobarba alla vaniglia, o all’incenso, e parlava tenendo gli occhi puntati in quelli di wanda jee. le proponeva teatri del nord e televisione. wanda jee mi guardò una volta sola, una domanda sotto forma di sguardo, e tornò ad ascoltare la favoletta del suo nuovo manager. be’, posso solo dire che a quel punto compresi che wanda mi sarebbe mancata, e che quella sera, quando la vidi col suo nuovo impreario - per l’amor del cielo, allora provai davvero il bisogno di ridere. buona fortuna, wanda jee.