il malesangue

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verso sangue dal caso

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Apr 7

15. la tentazione del bene

- e così il bene è diventato nient’altro che una tentazione. un segreto da raccontare di notte, in lacrime, per indurre pietà nel tuo interlocutore.

- ci saranno delle cliniche per disintossicarsi.

- no, poi verranno quelli che dicono che il bene e il male si sono scambiati l’abito.

- un po’ poco.

- il bene e il male sono solo libertà.

- anche questo è stato già detto.

- sai cosa penso? penso che il male sia il credere che non ci sia più nulla da dire, e il mal di pancia che ne consegue.

- per me il male è il non curarsi di… di… di… il non curarsi, ecco.

- per me il male sono i baffi.

- oppure il finire in tribunale.

- no, il male è qualcosa di concreto. una spiaggia abbandonata.

- oppure chi l’ha abbandonata.

- il male è la fuga.

- sempre?

- il male è chiedersi cosa è eterno e cosa no, allora.

- può essere. oppure ogni cosa che non ti allunga la vita almeno per un giorno.

- il male è l’ingenuità.

- sì, ma quella finta.

- il male sta in teatro.

- gli attori sono il male.

- no, gli attori recitano; può darsi che vengano pagati per mentire, ma anche per dire la verità; la menzogna, quella vera, sta nella mente di chi l’ha pensata e messa per iscritto.

- il male è la sconfitta.

- il male è non vedere più.

- il male.


Apr 1

20. in riunione

ron kerouac andò alla riunione con lo stato d’animo di chi sta per affrontare il vento. nella stanza c’erano una ventina di persone e qualche manifesto rosso sbiadito sul muro. ron notò subito una ragazza grassa coi capelli lunghi e neri in un angolo nella stanza. stava in piedi e non sembrava essere molto a suo agio, gli occhioni spalancati come una civetta.

il primo a parlare fu un signore sulla cinquantina tutto rosso in viso con un comico doppio mento. disse solo due o tre parole intervallate da lunghi minuti di silenzio in cui emetteva strani versi, come se qualcosa gli stesse bollendo dritta nella gola.

seguì qualche attimo di panico nella stanza: l’intervento del signore era stato giudicato di tipo moralizzatore. fu un giovanotto con le basette lunghe a prendere la parola. raccontò di un cadavere a galla nella piscina di un motel di provincia, e disse che il senso della sua presenza in quella riunione era tutto racchiuso nell’episodio del cadavere a mollo nella piscina. qualcuno rise, poi si alzò un signore smilzo, dall’aria malandata, con delle sopracciglia come zucchero filato: non sono d’accordo, disse, poi tacque.

venne il turno di una donna sulla cinquantina, coi capelli ricci e grassi, che parlò per una mezzoretta col piglio di chi usa l’intelligenza per contratto. l’aria stanca di chi si è preso una pausa dallo sbadigliare. due o tre persone uscirono dalla sala per un caffè. poi parlò un uomo in giacca e cravatta e si sollevò un brusio, e più il brusio aumentava di volume più il signore abbassava il tono della sua voce.

quando la riunione fu terminata, ron kerouac guardò nell’angolo. la ragazza piccola e grassa era ancora lì, in piedi, con gli occhi spalancati e la sua aria vigile. ron la riconobbe, apparteneva a una setta fondamentalista. si sorprese a pensare che, nonostante quella ragazza fosse contraria allo spreco di sperma, doveva berne a sufficienza, abbastanza da non sprecarne neppure una goccia. poi pensò che lui stesso apparteneva a una setta, dunque non c’era motivo di pensar male di quella ragazza; era credente, ma credeva anche a ciò che pensava, dunque quella ragazza andava rispettata ma era pur vero che aveva bevuto litri di sperma; in questa lacerazione di pensiero e spirito ron kerouac si rese conto di non aver detto una sola parola durante la riunione, e andò via.


Mar 31

23. l’altra notte in tv

stanotte ho fatto una cosa che non facevo da tempo. ho guardato la tv, lasciandomi guidare dal suo flusso di immagini colorate: mi sono arreso a una forza più antica di me. in questa casa siamo in cinque ed è difficile ottenere il controllo completo del telecomando. non era neppure ciò che volevo. volevo solo starmene accuciato sul divano, senza dormire, con qualcuno che decidesse per me.

da piccolo mi succedeva spesso. rimanevo attaccato sul canale musicale per ore. era un mondo colorato, fuori il cielo dei pomeriggi invernali o comunque bicolore, un cielo lontano dal mondo, quello vero, o finto, della tv e dei ragazzi e delle città più grandi. nella tv c’erano questi cantanti colorati, c’erano i neri - e qui non è che se ne siano mai visti molti, di neri.

allora l’altra notte ho solo preso in consegna la tv da mia sorella. non ho neppure cambiato canale. c’era un film. un film stupido, credo, almeno secondo i miei criteri abituali. la trama inciampava in due o tre punti sul romanzesco, che poi è come dire ridicolo, di questi tempi; ma c’erano questi tizi dei quartieri popolari che erano assolutamente credibili. i costumi, e gli attori - non so come facessero, ma era tutto più simile alla realtà del solito. persino le ciocche ossigenate dei personaggi femminili. e la mamma, una donna tenera e volgare al tempo stesso come certi bulli di periferia.

ho passato due ore al riparo dalla realtà grazie al flusso magico e colorato di quel marchingegno poco sofisticato di deliberata finzione che è la tv. troppo colorato per esser confuso con la realtà. due rette parallele non si incontrano mai: come stare sotto un ombrello mentre fuori non piove.


Mar 22

37. un giorno dopo

vede, madame, tutto è cambiato, tutto - e non è meglio e non è peggio: è solo cambiato, esordì il vecchio. eppure io e lei ce ne stiamo ancora qui, lei a crogiolarsi davanti al mio corpo nudo e io a perdermi nei suoi sorrisi. in effetti, la donna continuava a osservare il pene dell’uomo, peperone avvizzito, protesa in avanti nel letto, le mani sotto il mento a sottolineare un sorriso minuscolo: una noce.

il giorno dopo l’intera razza umana si era estinta. nella casa era rimasto solo il vecchio uomo, il quale comprese subito com’erano andate le cose non appena risvegliatosi da un sogno in bianco, nero e viola. l’uomo andò in cucina, prese del succo d’arancia dal frigorifero ed espresse un solo desiderio che doveva avere a che fare in qualche modo con la possibilità di condurre una vita sana.

il giorno dopo ancora l’intera razza umana si era estinta, nuovamente, ma nella casa c’era solo la donna. si svegliò di soprassalto, doveva avere avuto un incubo o un leggero malore nel corso della notte; si alzò e tossì fino alla cucina, dove ogni cosa giaceva in rovina. il tavolo in formica era riverso per terra; il frigorifero aperto, vuoto e ricoperto di polvere. la donna camminò sulle assi di legno del pavimento per alcuni minuti, descrivendo nella cucina un percorso certamente insensato. di tanto in tanto sentiva le piante dei piedi nudi bucate dai pezzi di vetro in terra, ma non provava dolore; solo, a un certo punto, sedette per terra e iniziò un pianto artificiale, di lacrime invisibili, che a ogni centimentro percorso rendevano invisibile anche ogni cosa toccata, fino a disegnare, poco alla volta, uno dei tanti nulla cui siamo abituati.


Mar 17

48. nostalgia

kali mala era un profeta; come tale, aveva fatto fortuna con un romanzo giovanilista sul precariato post-atomico urbano. dopodiché c’era stato l’incidente: aveva dato fuoco all’ufficio stampa della sua casa editrice con un peto di medie dimensioni; e così il mercato editoriale l’aveva emarginato.

per anni kali mala si era poi messo a scrivere per soldi, sotto pseudonimo: indubitabile talento, gli era stato commissionato prima un manuale di sedili ribaltabili difettosi per una casa automobilistica tedesca; dopo era toccato alla traduzione di un saggio storico di un traditore della guerra d’indipendenza; infine aveva scritto un libro di non politica a quattro mani con un pescatore di rombi. così, quando il suo agente lo chiamò per scrivere un libro sui luoghi di non vita - sarebbe uscito a suo nome, stvolta - kali mala non ci pensò due volte e si mise al lavoro: voleva tornare sulla scena.

non si trattava di cimiteri; e neppure di obitori; i luoghi di non vita, pensava kali, sono piuttosto simili a momenti, momenti in cui la vita stessa obbliga a non viversi; luoghi come ospedali, prigioni, trincee e sale da the con divieto di fumo; luoghi in cui la vita appare come il bene più prezioso e come sadica e ostile matrigna al tempo stesso.

dopo le prime quattro fallimentari stesure del romanzo, kali mala era ormai persuaso del fatto che stesse prendendo un grosso granchio; erede di una celebre e stimata scuola di profeti, pensava a se stesso come a una pecora nera, incapace di tornare a scrivere ai vecchi livelli; andava a ritroso con la memoria, fino al primo dei profeti della sua scuola citato nei manuali di storia delle profezie; in un attimo di illuminazione, il profeta kali mala ebbe tutta la storia dell’evoluzione umana davanti agli occhi; quando li ebbe richiusi, avvertì una folle e profonda nostalgia, poiché a nessun uomo è dato conoscere, durante la propria esistenza, quel primo essere strisciante che ha cominciato la vita sul pianeta né il prototipo più evoluto della propria razza. nessun uomo saprà mai la storia per intero.

ed ecco dunque il luogo supremo, il luogo in cui mai si sarà scavato a fondo per trovare altre ossa simili alle nostre, pensò kali mala, ecco l’unico luogo in cui la vita è legittima solo se legata a una certa nostalgia; ecco il luogo in cui scriverò il mio libro, di cui sarà fatto il mio libro, concluse; e starnutì.


Mar 10

59. il leggio

- allora vuol proprio prendere questo leggio.

- sì, gliel’ho già detto, sono qui per questo. non m’interessa il tavolo in noce. e neppure quel lampadario.

- d’accordo. ma posso chiederle come mai è disposto a spendere una cifra del genere per un leggio? ammetterà che non è da tutti.

- be’, in qualche modo devo averglielo già spiegato. è da un po’ che sto da solo. e sto bene così. soltanto, ho bisogno di, come dire, meditare. forse dovrei dire: pregare.

- si spieghi.

- voglio approfondire la lettura della bibbia.

- vuole acquistare un leggio per leggere la bibbia?

- sì. ho intenzione di sistemarlo nella mia stanza da letto. ci appoggerò il libro e andrò a sfogliare qualche pagina al giorno. secondo i miei calcoli dovrei terminare entro quindici anni.

- posso chiederle cosa la incuriosisce delle scritture?

- be’, credo il senso complessivo. ho bisogno di una guida. mia moglie mi ha lasciato, ma questa è solo una parte della storia. l’avevo lasciata anch’io da tempo, così come avevo lasciato un bel po’ di cose. non ci pensavo più. è una cosa, come dire, piuttosto grave, per me… no, grave no, direi strana, inusuale. sono solo. ho bisogno di qualcosa in più. mi incuriosisce l’ecclesiaste, in particolare. questo vagabondare, errare, tentando molteplici vie prima di…

- …prima di approdare a dio. dunque lei vuole avvicinarsi alle scritture, non già a dio, solo perché ha perso una donna. e lo vuol fare immedesimandosi nell’ecclesiaste, suppongo, come se si trattasse di un banale lungometraggio. infine, spera di riuscirci acquistando un leggio.

- non so se è corretto.

- lasci che le dica una cosa: lei non ha bisogno di un leggio, così come non aveva bisogno di perdere sua moglie, per avvicinarsi a dio. non ha bisogno neppure che qualcuno le dica quello che le sto dicendo io.

- lei trova?

- va contro i miei interessi, ma temo proprio che le cose stiano in questo modo. è tutto.

- è tutto.

- sì.

- ci penserò su.

- ci pensi. anche al tavolo in noce, se può. e al lampadario, mi raccomando.


Feb 22

86. il contagio

di tanto in tanto il vento sollevava della sabbia. la ragazza portava una mano sugli occhiali da sole per proteggersi poi, quando il vento cessava, tornava distesa a leggere sul suo telo. la spiaggia di maggio era deserta. la ragazza aveva portato con sé il suo libro preferito, “vita e omissioni di bjorn, la scimmia benpensante”. amava rileggerlo in solitudine, davanti a quell’infinità piatta e salata. di tanto in tanto lasciava la lettura e guardava all’orizzonte, dove il cielo si faceva più scuro fino a fondersi col mare.

a un certo punto scorse qualcosa, lontano. strano, per una spiaggia di maggio. forse una barca.

dopo un po’ il puntino si fece più grande. qualcosa che nuota. molto strano, per una spiaggia di maggio.

infine il puntino si fece uomo, un uomo che nuotava, chissà da quanto. la ragazza abbandonò il libro e distesa accese una sigaretta in attesa.

acquattandosi sul bagnasciuga l’uomo emerse dall’acqua. era nudo, s’avvicinò e chiese se poteva sedere lì, accanto alla ragazza.

parlarono per un po’, distesi entrambi sul telo da mare. lui spiegò che arrivava dal sud dell’anodinia, dunque erano un mucchio di chilometri a nuoto, per giorni, lei spiegò che il mare di maggio era un segreto suo, un segreto di solitudine e vento.

dopo un po’ l’uomo disse: è il sovrapporsi su piani temporali diversi, il suo spuntare ad anni luce di distanza, inconsulto: è questo che non sopporto del dolore. la donna annuì. fecero l’amore per un paio d’ore.

quando ebbero finito, respirarono la salsedine seduti sul bagnasciuga, in silenzio. la donna, nuda, si alzò di scatto. l’uomo la guardò dal basso e sorrise. adesso tocca a me, giusto?, chiese lei.

s’allontanò a nuoto, poco alla volta, diventando un puntino lontano nel rosso del tramonto. l’uomo la osservò sparire all’orizzonte, poi andò via. la spiaggia di maggio tornò deserta e segreta.


Nov 19

146. la mano del maestro

arturo spataro era il mio professore di musica alle scuole medie. amava il tango e i film di leni riefenstahl. nel tempo libero musicava aforismi di kierkegaard. all’epoca di ciò che sto per raccontarvi - voci di paese, dunque voci prossime a farsi verità - era fissato col teatrino per le marionette che ci aveva fatto costruire in classe. voleva farci mettere in scena la cavalleria rusticana. quando lo trovò in pezzi, lasciò un cartello sul piccolo palco in legno con su scritto: se sei contento, continua pure a fare il nazista, brutta bestia. tutto questo accadeva qualche mese prima che al posto della mano destra di arturo spataro spuntasse un piccolo volto del tutto simile a quello dello stesso professore.

i primi tempi arturo spataro decise di non andare al lavoro. del resto, non poteva neppure suonare. poi, sentendosi comunque artista, finì coll’abituarsi alla bestia. che fino ad allora non aveva fiatato. fu proprio al ritorno a scuola che la mano-volto parlò: siete una manica di stronzi debosciati, disse alla classe. il consiglio di classe prima, quello dei genitori poi e infine quello d’istituto decisero di sospendere il maestro in via cautelativa.

nei mesi successivi, l’orgoglio del maestro risolse molte cose. arturo spataro continuò a dare lezioni private. gli alunni potevano scegliere persino con chi fare lezione. certo, c’era un problema: ad arturo la nona e la settima di beethoven facevano pena; alla mano-volto invece facevano letteralmente schifo. escluso questo, filava tutto liscio.

quel natale il maestro venne colto da una grande depressione; infatti, pur dando lezioni private, raramente s’azzardava a uscire di casa. così la notte della vigilia passava in solitudine. tutta colpa tua, disse alla mano-volto, che ti sei mangiata le mie dita e mi ha reso solo. solo! posso io seguitar a parlare con me solo? con un me in miniatura, per giunta? in miniatura un cazzo - rispose la mano - e se fosse il contrario? se fossi tu, piuttosto, ad aver mangiato il resto, lasciando nient’altro che il mio volto? guarda come mi hai ridotto! dipendente in tutto da una versione solo più boriosa di me! ma io c’ero già prima!, obiettò il maestro. e chi te lo dice?, riprese la mano-volto.

insomma, par proprio che quella notte di natale passò in questo modo. forse proprio quella notte spiegherebbe quanto si vide al ritorno a scuola del maestro arturo spadaro: un uomo con la mano destra che canta da sotto un telo - manco fosse la testa d’un rapace - e nella sinistra, un angosciante moncherino.


Nov 12

151. trattato sulle lumache

mi sono fatto coltello, mi sono fatto laccio, mi sono fatto anello e infine pesce enorme, in viaggio per i mari, a sfidare onde e ingoiar profeti; mi sono fatto braccio e mi sono fatto pianta, in mille ossa mi sono tramutato per conoscere la tensione dei tendini sulla mia schiena; infine sono tornato in un corpo, questa volta per recitare da me la parte del corretto spettatore.

l’anima mia sta sul comodino. ripiegata con cura. a qualcuno interesserà sapere, prima o poi, se è stata oggetto di contesa a suon di coerenza o, al contrario, svuotata anch’essa in favore di un terzo stadio - dopo il corpo, c’è l’anima, dopo l’anima… cosa? - un terzo stadio in cui pure dev’esserci ragion di vita, se è vero - e questa lettera a lor signori lo dimostra - che non è sufficiente questo nostro esser lumache.

perché sì - siccome io amo parlar solo di ciò che conosco, e volevo in verità discorrere di lumache - io mi sono infine fatto lumaca. solo per i vostri occhi. ho strisciato e colato parte di me per viali immensi e cortecce di platani. ho studiato lo stupore nei vostri occhi, quel flaccido stupore che deriva dalla trasformazione di un banale antefatto in uno spettacolare accadimento.

ho corso col demonio. mi sono fatto belva di me stesso, mangiando dove altri avevano morso e tirato - viscere, budella, tutto il necessario per la divinazione di nuovi falsi idoli - e ho deciso: brucerò, piano, i boschi dell’altrui discordia.


Nov 6

155. empatia!

per tutta la sera m’ero tenuto alla sedia o alle gambe del tavolo sotto la tovaglia: avevo pagato un bel po’ per quel ristorante e non volevo che al solito finisse tutto all’aria; del resto, fino ad allora anita non aveva fatto nulla di particolarmente eccitante, così che mi ero potuto sentire al sicuro, ben saldo al terreno. ma adesso, perdendomi nei suoi graziosi occhioni a palla, spiando nella tenera e ardita scollatura, non potevo più tenermi: eccomi sul soffitto della sala, vicino al lampadario di cristallo, a galleggiare, irrefrenabile e irrefrenato.

tentai subito di spiegare, arrossendo, e lei disse, guardandomi dal basso verso l’alto: non c’è nulla di male, se è questo l’effetto che ti fa l’amarmi. non sai quante donne ho perso per questo, dissi, o pensai, non ricordo; e in effetti il mio galleggiare ogni volta che mi sento innamorato è di quelle gesta eroiche che, ripetute, diventano sciagure: forza e scombussolamento dell’abitudine. anita continuava con le sue occhiate di sfida e approvazione: in sala il delirio era scoppiato, la gente andata, i camerieri al riparo sotto i tavoli.

ed eccomi poi a spiegarle dell’empatia: perché dopo di me, fu la volta del tavolo, e delle posate, e dei bicchieri, e del dessert (crema di ghiumole con panna e ciliegie): con me tutto si librava in aria. è contagioso, dissi ad anita, è contagioso il mio amarti e ogni cosa finisce con l’alleggerirsi, come me, raggiungendomi nell’aere. disperato, arrossivo, intontito dall’amore e dal desiderio d’accoppiarmi, piagnucolavo; lei, anita, una statua d’amore, se ne infischiava del timore che aveva colto gli astanti e tentava di rassicurarmi: è normale, è proprio questo e null’altro, l’amore, cazzarola, ripeteva.

che poi gli uomini si innamorano di ciò che intravedono, di una donna, in una donna (a volte: in un’altra donna); poco importa se questo corrisponde a quel che c’è effettivamente in quella donna; e questa è infine la violenza suprema dell’uomo sulla donna. così che io ancora mi chiedo la ragione e se ne avessi, di ragione, a galleggiare sul soffitto del malory’s.

ho detto di anita come statua: non durò molto. dapprima la sua sedia, poi anche il suo piatto, infine le posate e le sue scarpe, e poi anche lei, in aria, all’aria, come me, e per me; a danzare, io e lei, in quella sala ormai vuota giù al malory’s, senza alcuna eco dei nostri passi, e dei nostri guai. ci avrei pensato io, prima o poi, senza smetter di volare, e perché no, per una volta, di lasciarmi guidare.


Nov 4

157. un assolo

nello specchio il riflesso è nero, oppure è vero il contrario e nero è l’oggetto da riflettere e dentro c’è colore, ma questo non cambia, di me, di questo corpo di cui ho due versioni da accordare, una meschina e lampante così che io non possa fidarmi, e l’altra, misera, da crederci, crederci quasi per davvero, miseramente patetica, raffigurazione di me che piango, in solitudine - il tempo giusto - e allora io mi chiedo come, la parola, il gesto, se c’è differenza, come accordare due corpi uguali e lontani, conici come luce lunare che è urlare nel vuoto, due figure in simbiosi, parassiti, la solitudine stessa è un parassita, così che io mi illudo: farò di me uno scoglio, sono uno scoglio, così che, sì, almeno in questo caso io possa veder affondare piuttosto che affondare, da me, per voi, nella gratuità del gesto e nel perdersi di ogni parola - perché non è economia, la parola - così che almeno per una volta io m’illuda che non è nessun me che si frantuma ma è l’onda che si spacca, e su di me, qualsiasi cosa io sia, quale che io sia dei due corpi che rinnego, a sera, quando, questo sì, non c’è dubbio, non posso non pensare che al meglio ci si possa svuotare, svuotare un corpo, nel bene, nel male, del tutto, e che questo sia donarsi davvero, e che questo sia un tentativo, un approssimarsi, un avvicinamento alla cessione - eterna - di quel parassita che abita e sceglie, cieco, senza alcuna lacrima, quale corpo abitare e - infine, persino - con chi camminare.


Nov 2

159. divinità al telefono

-         devo dirti la verità, non mi è piaciuta l’idea di aprirti un blog.

-         immaginavo.

-         voglio dire, non credo che una mossa del genere possa ammodernare la tua immagine, no, io credo che questo sia solo un modo per adeguarsi.

-         lo so.

-         il nostro è un ruolo altro, comunque. non possiamo inseguire gli uomini. dovremmo dettar legge, perdona questi paroloni, o comunque – comunque non so bene cosa.

-         se permetti, io invece non ho apprezzato il tuo fossilizzarti su cataclismi e sciagure naturali.

-         parla chiaro.

-         tanto gli uomini pensano che sia colpa loro. gli stravolgimenti climatici, quel genere di cose. non so quanta gente creda davvero che sia stato tu, o io. si stanno sostituendo a noi, ecco tutto.

-         lo so, figurati.

-         è un approccio troppo tradizionale. nessuno sventrerà capretti per fermare la tua ira.

-         non è quello il punto. non è l’ira di dio. il punto è la conversione.

-         mah. credo che la gente si affezioni più a un uomo mascherato con qualche superpotere che a qualche santo. anche se in fin dei conti siamo là, è la stessa cosa.

-         oh, tu hai questo lato pop che proprio non capisco.

-         ma è così. la cosa mi addolora, figurati, ma il punto è l’identificazione – sono più portati a identificarsi con l’uomo ragno che con, uhm, vediamo, il mio san giuseppe da copertino. eppure lui era, lo è ancora, il santo che vola. la sua storia dovrebbe ammaliare milioni di ragazzini. ma non funziona più. dovrebbe avere gli stessi problemi della gente comune, per esser convincente, non so, instabilità affettiva, lavorativa, cose di questo genere.

-         oh, certo. andrà a finire che tra duemila anni la razza umana venererà un uomo in calzamaglia blu e rossa che si arrampica sui muri.

-         permettimi una battuta: le messe sui tetti dei grattacieli sarebbero uno spasso.


Ott 20

164. la caduta

a quel punto brando guardò il culo della badante e disse: in fondo facciamo quel che facciamo per compiacere qualcuno, è la solita storia. e al solito, la rumena non colse il punto della questione. da tempo ormai la mancanza di comunicazione con katja non creava problemi a brando. lui si limitava a guardarle - studiarle, meglio - il didietro e lei puliva con grande cura quella casa barocca e infinita. in più, c’era il fatto che, tra tutte le badanti che brando aveva avuto, katja era l’unica che sapeva far le uova.

ogni giorno, prima d’andar via. brando pagava sventolando trenta bigliettoni davanti ai suoi seni, lei arrossiva, s’abbassava le mutande e mollava l’uovo sul tappeto persiano. poi andava, lasciando il vecchio sulla carrozzina a carezzare l’uovo. anche quel giorno le cose erano andate allo stesso modo: brando aveva osservato il culo di katja per tutto il tempo che lei aveva impiegato a pulire scalinate in marmo, corrimano in ottone, quadri di vecchi nobili di famiglia e lampade perlate.

brando rimase da solo a carezzare l’uovo giornaliero, col sorriso stampato in faccia proprio come l’uomo nel quadro enorme davanti a lui. mentre passava la mano sulla superficie liscia, s’accorse di qualcosa che non andava: una crepa. piccola. impercettibile a mani inesperte. s’allungava per qualche centimetro sull’uovo. e piano piano cominciava ad allargarsi. in quel momento, per la prima volta nella sua vita, brando percepì giusto e ingiusto come parti inseparabili di un unico universo, inesprimibile se non per contrasti complementari. quando l’uovo prese a schiudersi del tutto con inevitabile affanno, prima ancora che una bava rossastra iniziasse a colare sul pavimento lasciando spazio all’orribile creatura sviluppatasi nell’involucro bianco, brando intuì, infine, quante poche sorprese gli avrebbe riservato la sua vita, d’ora in poi.


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