il malesangue

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verso sangue dal caso

Post taggati parole

Apr 18

1. sporozoo dinoflagellato

ho preso a dormire coi calzini. dov’è l’errore? sono pulito, a modo mio. consiglio a tutti di stare attenti a far finta di esserci - qualcuno potrebbe accorgersene. è un freddo più freddo oppure sono io? dopo tanto tempo.

ho detto a lei che le sue parole sono solo specchi di altri specchi. non pensavo di farle del male, e forse in fondo non gliene ho fatto.

due anni dopo eravamo a ballare, un posto di mare, due o tre amici fidati. è stata l’ultima volta.

non ricordo bene. un’interferenza o qualcosa che non ho detto. ma non ha funzionato.

no, mi ha detto, non è colpa tua. non è solo colpa tua.

voleva sapere da quanto tempo non pregavo. avrei potuto fare dei giri di parole e dirle la verità. ma non importa la verità quando si parla di certe cose. almeno così pensavo. insomma, non pregavo seriamente dalla nascita. mi aspetto sempre qualcosa in cambio. tanto vale pregare per dio invocando le persone che ti stanno accanto, non il contrario. no, le ho detto, non mi manca niente, e vorrei che tu fossi a tuo agio. solo che tu fossi a tuo agio, nient’altro. non ti basta?

poi il ventò si calmò. non fu questo a mutare il mio atteggiamento - nei confronti di nessuno, tra l’altro. furono le rose.


Apr 6

16. in nessun libro

non tossiva, abbaiava. una tosse secca e orribile, venuta da un antro sconosciuto. raymond era convinto che se lo sarebbe portato via. quando si calmava, guardava per terra quello che aveva sputato: erano quasi sempre singole lettere con della saliva verdastra intorno. ogni tanto, anche una sillaba.

anni prima, raymond aveva giurato a se stesso che mai e poi mai avrebbe tenuto un corso di scrittura creativa. non avrebbe mai rivelato a se stesso, cioè, che in quell’attività solitaria e castrante era riuscito a trovare delle regole; regole che fosse possibile persino insegnare a qualcuno al di fuori della sua testa. ma con andre le cose erano andate diversamente; oppure no.

era l’ultima lezione. aspettò andre in poltrona tutto il pomeriggio, tossendo al nulla là fuori e ingoiando le sue pillole. il ragazzino arrivò al solito orario e sistemò i suoi appunti sul tavolo rotondo in cucina, sotto il neon bianco. questi puoi rimetterli dentro, oggi, disse raymond. portò la mano alla bocca e tossì. tutto bene?, chiese andre. poi rimise a posto quaderni, penne e blocchetti.

raymond tornò dopo qualche minuto con un libro con copertina bianca. lo appoggiò sul tavolo e lo tenne ben chiuso con una mano. in piedi, si mise a fissare andre. è l’ultima lezione, andre, e io credo di non averti insegnato nulla, e tu lo sai bene, almeno questo, vero?

no, credo di no, rispose andre.

te lo dico io. non hai imparato niente. perché io non avevo nulla da insegnarti. avevo solo da imparare. non ti ho neppure detto che l’unica cosa che conta è l’illusione; l’illusione che le parole giuste non finiscano mai, o che almeno siano sempre più delle cose spiacevoli che ti accadranno. adesso guarda.

raymond aprì il libro. fece scorrere le pagine. le pagine gocciolavano l’una sull’altra. goccioline di carta e inchiostro finivano anche sul tavolo. l’uomo lasciò il libro aperto più o meno a metà. in silenzio, immerse l’indice e il pollice tra le pagine liquide.

questo è nessun libro, disse raymond, tirando fuori la mano umida. tra l’indice e il pollice stringeva una piccola parola, che si dibatteva annientata dall’ossigeno. andre socchiuse gli occhi e lesse la parola ad alta voce. bene, disse raymond lasciando cadere la parola nel libro liquido. ne prese un’altra e la fece leggere ancora al ragazzino.

io non so se queste sono le parole giuste, probabilmente non lo sono; ma non stava a me cercarle; e questa è un’altra illusione, disse raymond. poi prese il libro, lo mise per terra e infilò prima un piede e poi l’altro. l’immersione durò qualche secondo, finché l’uomo non sparì avvolto da una grande luce.

oppure no; le cose non erano andate diversamente, neppure con andre, e il vecchio raymond aveva solo da esistere ancora.


Feb 5

103. in nessun luogo

“ogni essere umano, a prescindere dall’età e dal sesso, deve potersi identificare con una qualsiasi canzone (d’amore) adolescenziale per dirsi innamorato”. questa era l’ultima frase che guido artesi era riuscito a pensare per intero. era accaduto qualche tempo prima del suo viaggio in treno. da mesi, ormai, il vocabolario di quest’uomo si stava restringendo.

un fuggifuggi di parole e concetti, come se qualcuno avesse spalancato la porta del recinto in cui stava il lessico - mediamente dotato - di guido. la causa, sconosciuta. gli effetti, devastanti. a guido capitava spesso, alla mensa del posto in cui lavorava, di non riuscire a indicare la portata giusta. mi dia del filetto con… oh, dio, come si chiama quella roba verde e… che colore è, quello?

ancor peggio, poteva capitare che guido avesse uno dei suoi frequenti dolori tra capo e collo. quando telefonava al medico, non aveva idea di dove fosse localizzato il dolore. fortunatamente, il dottore era a conoscenza della patologia di guido. tuttavia, pensava guido, e se un giorno il dolore si spostasse, e fosse più giù, diciamo qui, proprio qui… come diavolo si chiama, qui?

aveva provato coi libri. pensava che leggere lo avrebbe aiutato a recuperare qualche vecchia parola dimenticata. al contrario: dopo un primo, leggero sollievo nel ritrovare termini come ‘sovrascarpe’, ‘distinguo’, ‘artatamente’ e ‘equinismi’, sopraggiungeva il terrore della consapevolezza che mai più avrebbe potuto utilizzare quelle parole; perché, trovandole nei libri, era come se venissero bruciate, utilizzate una prima volta, erano perdute per sempre.

adesso, in treno, di fronte al finestrino, guido ha la sensazione che si stia per chiudere il capitolo di una cosa che non riesce a mettere a fuoco. il paesaggio, manco a dirlo, non ha nome: sfila via anonimo nei suoi minimi particolari. un dolore lancinante in una zona del corpo anonima - anche questa - accompagna la consapevolezza di essere in nessun luogo, perché ciò che è fuori dal vagone sfuma in un infinito indefinito. smette di guardare, guido, con un bruciore innominabile in corpo, e volge lo sguardo all’interno del comesichiama in cui si trova. in questa prigione mobile in cui manca il respiro, il tempo non è più tempo.