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verso sangue dal caso

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Mar 18

46. le mani immaginate

di suo marito c’erano le mani, intelligenti. mani pronte, grandi, elastiche, abituate al lavoro, non così quelle sue, cresciute insieme a un corpo liscio, educato attorno a un tavolo e un computer. quelle mani che si aprivano e si chiudevano a proteggere e stringere quel suo corpo di donna appena fatta, mai compiuta - questo pensava di se stessa - fino a dimenticarsene. ecco, forse lui aveva spostato la fede dall’anulare sinistro a quello destro, al solito, per non dimenticare qualcosa che doveva fare, e questa cosa, lei pensava, poteva essere: ricordarsi di lei.

i primi anni di matrimonio, stare al tavolo a pranzo a guardare le mani di suo marito con quell’anello al dito era la cosa che più lei amava; immaginare quell’anello come il simbolo, se non del possesso, come ogni simbolo, quanto meno di una sostanziale appartenenza. immaginare quelle mani educate alle prese col cibo come ruvide la sera prima, a letto, a cercare un figlio che non era ancora arrivato, a cercarlo dentro lei, con convinzione, fino all’ultima goccia di vita.

per un certo periodo - il bambino non era arrivato, non sarebbe mai arrivato - la fede era sparita. lei non aveva fatto domande, né ne aveva ricevute quando era stata lei a toglierla, una provocazione che attendeva risposte e che non ne ebbe.

poi era tornata, la fede, come il sesso e l’amore, e la stima, e il lavoro. non parlarono più del bambino. non parlarono più della fede. le mani di lui erano invecchiate - bene, ma erano invecchiate. si muovevano ancora lente ed educate al tavolo, di tanto in tanto forti e sicure sul corpo di lei. poi la fede aveva preso a spostarsi, da un dito all’altro, per ricordare a lui qualcosa che avrebbe dovuto assolutamente fare, o dire; ma mai lei avrebbe voluto chiedere, mai avrebbe voluto perdere quelle mani immaginate in cambio del sempre.