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verso sangue dal caso

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Mar 28

26. un filo di fumo

i due pellegrini erano in viaggio da molti anni. non parlavano mai tra di loro. uno dei due diventava cieco ogni tre mesi, poi tornava a vederci. l’altro zoppicava, ma aveva gran vergogna del suo incedere e simulava una camminata elegante.

giunti in un bosco i due pellegrini si ricordarono di una vecchia questione lasciata in sospeso anni prima. cercarono per alcuni giorni - era uno dei mesi in cui il pellegrino cieco ci vedeva e all’altro riusciva piuttosto bene una camminata svelta, ma senza affanno - poi finalmente sentirono alcuni versi. si nascosero dietro un cespuglio. i versi aumentarono d’intensità, poi s’abbassarono di colpo fino a diventare un ronzio, soffice, ma fastidioso.

di notte i versi diventarono delle urla. c’era della gente che litigava. litigavano che sembrava dovessero scannarsi l’un con l’altro, di lì a poco, una di quelle zuffe in cui è inutile mettersi a far da paciere perché chi se le dà deve darsele fino a farsi sanguinare denti e nocche. i due pellegrini rimasero in ascolto.

le voci dibattevano ormai da giorni. parlavano del vento: qualcuno diceva che bisognava soffiarci su. qualcun altro: soffiamoci contro. per qualcun altro ancora bisogna smettere di soffiare. poi presero a parlare della morte, della possibilità di farle causa. e del mare: aspettiamo che evapori, e poi vedrete!, urlò qualcuno.

i due pellegrini aspettarono una notte di luna piena. all’alba del giorno dopo uscirono dal loro nascondiglio e si diressero alla fonte delle voci. era una piccola scatola di cartone, gialla, coi bordi rossi, rovesciata sul terreno tra gli aghi di pino. quando la raggiunsero, le voci erano nel pieno di una discussione sui diamanti. uno dei due pellegrini - non è dato sapere quale - si chinò e sollevò la scatola dal terreno. era aperta da sotto. le voci sfumarono all’unisono in un filo di fumo, che pian piano si sollevò in aria come un palloncino. nel cielo, i due pellegrini osservarono le sagome di alcuni angeli andarsene in pace, un po’ per paura, un po’ per il freddo.


Feb 26

80. freddo cane

- ho capito che non era più il caso di vederci quando lei è diventata nient’altro che un appunto su un blocco note. dovevo appuntarmi il giorno e l’orario in cui dovevo chiamarla.

- altrimenti te ne dimenticavi?

- è quello che sto dicendo.

- capisco.

- sul serio?

- certo, io ti capisco. ma torniamo alla domanda iniziale.

- oh, certo. io la desidero, desidero questa bellezza più d’ogni altra cosa.

- vuoi dirmi cosa diavolo te ne farai di una cosa del genere?

- be’, vedi, è molto semplice: la prossima volta che mi affaccerò alla finestra e mi accorgerò che qualche bastardo sta tentando di farsi la mia auto, non dovrò più mettermi a strillare come una vecchia isterica mentre scendo le scale e quel figlio di puttana è già andato via. no, io sparerò, direttamente dalla finestra della mia camera.

- sparerai in aria o giù in strada?

- che domande.

- tutto qui? è per questo che vuoi una pistola?

- sì, voglio quel ferro.

- hai idea di come si usi…?

- ho imparato ad accendere una motosega senza tagliarmi le braccia. posso imparare qualunque cosa.

- immagino di sì. ma il punto è un altro.

- ho detto che pago adesso. contante.

- ascoltami: il punto è che non puoi sparare alla gente per strada.

- non ho intenzione di sparare alla gente per strada. io sparerò solo a quel bastardo - e ci scommetto che è sempre lo stesso - che…

- senti. non si compra una pistola per quello.

- è… è autodifesa, in qualche modo.

- mm m.

- cosa c’è? tu ce l’hai una pistola?

- certo che ce l’ho. lo sai.

- e tu perché hai una pistola?

- io ho una licenza. e tutte quelle storie.

- quali storie?

- mm m.

- comunque non hai risposto. perché tu hai una pistola? il motivo.

- con te è bene parlar chiaro. temo proprio che dovrò farlo. ti ho visto crescere, per dio, e…

- avanti.

- d’accordo. una pistola non è una pistola. è una protesi. proprio come il tuo auricolare, vedi?

- certo.

- tu spari con il ferro, giusto, ci spari, vero?

- certo.

- invece devi sparare col cervello. ecco l’ordine di idee in cui devi entrare. devi sparare col cervello.

- posso dirti che se rivedo quel bastardo che si fa la mia macchina ho solo voglia di sparargli, lo fucilerei con un’occhiata. è una cosa automatica.

- mm m.

- già.

- oh, facciamola finita. va’ pure. lascia i soldi al solito posto e prenditi questa bellezza. ah. e se ci ripensi, su wanda jee, be’, salutamela, un giorno.

- sarà fatto, amico.

- oh. chiudi la porta quando te ne vai. fa un freddo cane.