il malesangue

| 169 inni, canti, salmi |
da il malesangue in un'altra dimensione
verso sangue dal caso

Post taggati fede

Apr 9

13. il martire della fede*

questo signore, che potrebbe chiamarsi amilcare quanto annibale, è un martire della fede. stringe in grembo la sua testa, mozzatagli in un altro libro, ed ostenta la sua camicia bianca macchiata di rosso. che sia sangue o meno, non ha importanza: amilcare/annibale aspetta il suo bus. e pensa che proprio nell’aspettare è la fede, già: ma quale?

la testa, nonostante sia pesante e volgare, non lo imbarazza. il signore sa che prima o poi qualcuno si accorgerà di lui e gli proporrà un’avventura. così potrà smettere di interrogarsi sul suo ruolo di martire della fede che, in cuor suo, sa bene di non meritare.

da piccolo c’era questa religione, la fede degli ossessi, con cui lui pure era cresciuto; poche regole ma ferree, da osservarsi a ogni ora del giorno: non accarezzare i gatti, non disquisire, niente tic e cannibalismo solo a un livello puramente metaforico. secondo questa religione, una nebulosa di dei invisibili e specializzati regolava il ritmo e la punteggiatura, ma non il cosmo.

poi erano venuti fuori quegli altri, quelli della fede dei compulsivi; annibale/amilcare si era avvicinato in punta di piedi, limitandosi a un’adesione formale che, secondo le regole di questa confessione, era tuttavia sufficiente per diventare martiri della fede dei compulsivi. la quale aveva poche regole: non accarezzare cani, non dar da mangiare ai presentatori tv, mentire su tutto eccetto il sesso. le divinità di questa fede erano delle sfere arancioni.

adesso, mentre il bus comincia la sua frenata, il signore con la testa mozzata in grembo è quasi certo di aver sciolto ogni dubbio: una nuova consapevolezza gli viene richiesta in quanto martire della fede, non importa di quale, una nuova era può cominciare a patto che lui si converta a nuovi ideali di tiepidezza e silenzio; e nel salire sul suo bus sta già iniziando una nuova carriera, quando un blocco intestinale gli irrigidisce i muscoli e la sua testa rotola per la strada fino a una solitaria pozzanghera.

*cover della tredicesima centuria di giorgio manganelli.


Mar 18

46. le mani immaginate

di suo marito c’erano le mani, intelligenti. mani pronte, grandi, elastiche, abituate al lavoro, non così quelle sue, cresciute insieme a un corpo liscio, educato attorno a un tavolo e un computer. quelle mani che si aprivano e si chiudevano a proteggere e stringere quel suo corpo di donna appena fatta, mai compiuta - questo pensava di se stessa - fino a dimenticarsene. ecco, forse lui aveva spostato la fede dall’anulare sinistro a quello destro, al solito, per non dimenticare qualcosa che doveva fare, e questa cosa, lei pensava, poteva essere: ricordarsi di lei.

i primi anni di matrimonio, stare al tavolo a pranzo a guardare le mani di suo marito con quell’anello al dito era la cosa che più lei amava; immaginare quell’anello come il simbolo, se non del possesso, come ogni simbolo, quanto meno di una sostanziale appartenenza. immaginare quelle mani educate alle prese col cibo come ruvide la sera prima, a letto, a cercare un figlio che non era ancora arrivato, a cercarlo dentro lei, con convinzione, fino all’ultima goccia di vita.

per un certo periodo - il bambino non era arrivato, non sarebbe mai arrivato - la fede era sparita. lei non aveva fatto domande, né ne aveva ricevute quando era stata lei a toglierla, una provocazione che attendeva risposte e che non ne ebbe.

poi era tornata, la fede, come il sesso e l’amore, e la stima, e il lavoro. non parlarono più del bambino. non parlarono più della fede. le mani di lui erano invecchiate - bene, ma erano invecchiate. si muovevano ancora lente ed educate al tavolo, di tanto in tanto forti e sicure sul corpo di lei. poi la fede aveva preso a spostarsi, da un dito all’altro, per ricordare a lui qualcosa che avrebbe dovuto assolutamente fare, o dire; ma mai lei avrebbe voluto chiedere, mai avrebbe voluto perdere quelle mani immaginate in cambio del sempre.