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verso sangue dal caso

Post taggati coppia

Apr 12

7. bisogna comunque vivere

- be’, adesso possiamo dirci davvero tutto.

- solo perché a te non rimane molto tempo e perché anch’io non me la passo tanto bene?

- temo di sì, amore.

- e sia. voglio sapere se sono ancora il tuo capolavoro.

- scommetto che hai già chiesto in giro.

- sì, a dirla tutta: sì.

- e che dicono?

- cosa vuoi che dicano? per alcuni lo sono. per altri sono il tuo errore più grande. frutto di fretta e fantasie contorte.

- mi piace. io ti definirei così: “saresti potuta essere il mio errore più grande”.

- avanti, non abbiamo più sedici anni. voglio sapere se mi hai più tradita.

- oh.

- avanti. te la sei cercata.

- no. io no.

- cosa intendi?

- non solo non l’ho più fatto. ma non l’ho nemmeno desiderato. dopo… dopo quella storia, ho smesso di desiderare altro. insomma, prima credevo che il punto fosse il rispetto per me stesso. avere solo te era limitarsi, in qualche modo. non lo trovavo giusto. dopo, non so nemmeno perché, be’, è finito tutto. ho solo pensato all’inutilità della cosa.

- avere altre storie, dici?

- esatto. e… tu?

- io ne ho avute. forse proprio quando tu hai smesso di desiderarle.

- quante?

- che importa?

- allora tante. ma no, non importa. è strano il caso. forse è stato proprio perché ho smesso io. la vita che era racchiusa in noi due doveva comunque fluire. passare a qualcun altro.

- non devi giustificarmi.

- non lo sto facendo. sto solo dicendo…

- cosa stai dicendo?

- oh, be’, nulla, temo. penso solo che il tempo non è mai abbastanza.

- il tempo non è mai abbastanza, no.

- e che mi mancherai.

- e ti mancherò. sei il solito.

- sai, certe volte, quand’eravamo lontani, dimenticavo le tue ginocchia. il tuo sorriso, i tuoi occhi, la tua lingua, le tue mani, i tuoi piedi, il tuo didietro… ricordavo tutto, ma non le tue ginocchia. non riuscivo proprio a metterle a fuoco.

- be’, adesso sono qui, caro.

- già. sono ancora qui.


Mar 11

55. l’armadio

questa storia, che è una storia d’amore, è finita da un bel pezzo. per la precisione: da ventisei minuti. lei, dopo un’ora di silenzi e sospiri buttati fuori di nascosto, è andata in cucina a preparare un caffè, forse l’ultimo, con l’aria di chi si appresta a preparare una cena intera. lui è rimasto qui, dopo un’ora a parlare di qualcosa mentre ne pensava un’altra convinto di essere ascoltato. sempre qui ha aperto l’armadio, si è messo a studiarne l’interno.

scorre con gli occhi i fantasmi appesi di una vita singola ma passata assieme a lui. non c’è pericolo, tanto lei è di là: dentro questi maglioni e queste camicie lei ha nascosto il suo corpo, per renderlo prezioso alla vista degli altri; quei vestiti hanno celato il segreto che solo lui ha conosciuto. persino dentro quegli orribili jeans con strass sulle tasche - scelti da lui, un anno prima - c’è stato un segreto. che adesso comincia a sfumare, si scompone e si frammenta in grani per ricompattarsi poi, chissà quando, e con chi.

in assenza di corpi femminili, i sentimenti di quest’uomo la cui storia d’amore è finita da ventisei minuti (oramai trentatré, a dirla tutta) si fanno in genere più puri e arditi insieme. ora, davanti all’assenza di un corpo, di quel corpo, davanti ai fantasmi di tutti i corpi che la sua donna ha avuto - una donna è più corpi di donna assieme, si tratta di fotogrammi - che sono qui rappresentati da questi abiti appesi senza ordine apparente, davanti al guscio di molti ricordi…

acquietarmi, dice la donna, sulla soglia, coi capelli biondi arruffati e un piattino con due tazzine di caffè in mano. dovrebbe solo apparire ridicola mentre ripete: vorrei solo starmene da me, per un po’, insomma: acquietarmi; ma senza alcun motivo sul volto dell’uomo si cancella qualsiasi espressione ancora familiare; e ancora senza volto, quest’uomo i cui sentimenti sono adesso nudi si gira verso l’interno dell’armadio e fissandolo, infine, si sorpende a dire a voce alta: e se fosse una porta dimensionale, per una nostra vita parallela in cui non ci sono né miserie - le mie, le tue - né tentazioni?


Mar 4

70. colpi di coda

la nostra relazione ebbe dei colpi di coda tra l’aprile dell’86 e il maggio dell’87. di quegli avvenimenti che restringono il campo degli equivoci nascondendo un po’ di polvere sotto il tappeto. fu quasi tutto per merito suo; in aprile uscì il suo primo libro di poesie, dei componimenti che un suo amico critico non voleva smettere di definire di derivazione orientale. io, che ora non so dire fino a che punto la conoscessi, non saprei neppure se ci fosse qualcosa di orientale nelle sue poesie. certo erano brevi, e dolci, e leggere; di una leggerezza che mi faceva invidia in fondo allo stomaco, forse neppure m’accorgevo. poi, a dicembre di quell’anno, arrivò la malattia. entravamo e uscivamo degli ospedali, a volte ci rimanevamo per qualche giorno. io non potevo non starle accanto. in quel periodo lei non riusciva a parlare molto. ma lo sentivo, sentivo quello che provava, una grande forza d’animo con cui si difendeva, come dire, da quel tentativo del destino di metterla in ginocchio. lei sapeva che non poteva permettersi nemmeno mezzo passo nella disperazione, perché avrebbe inghiottito anche noi due, e per intero. e allora forse il malato, il paziente, ero io. io che l’aspettavo, senza riuscire a proteggerla. poi, quando si fu finalmente ristabilita del tutto, verso metà primavera, decise di affittare un piccolo appartamento sulla costa ovest coi pochi soldi che aveva fatto col libro. si trattava di un regalo per noi due; ci stabilimmo sulla costa fino a maggio, in un periodo magnifico per stare al mare. eravamo solo noi due e qualche amico che veniva a trovarci, di tanto in tanto. lei era contagiosa.

per molto tempo sono stato impegnato a mettere radici nel vuoto. perché non è vero che ci sono persone incapaci di mettere radici; chiunque, anche senza accorgersene, è in grado, chiunque è impegnato a farlo. persino nella mancanza di qualsiasi ambizione, di qualsiasi idea che ti porti a guardare oltre la luna del giorno dopo. ecco, io non avevo ambizioni, e come ogni persona del genere ero molto pericoloso. mettevo radici, ma nel nulla, nell’indefinito, radici che consumavano la pianta stessa.

agli occhi dell’altro dovevamo apparire molto maturi: non tanto nel cercare una spiegazione quanto nel non voler giustificare in alcun modo la fine; o forse era solo il sintomo di una certa stanchezza. ci allontanammo un giorno come tanti; ed io non so dove sia finita, non lo so, non lo so quel tanto che basta per augurarle ancora buona fortuna.


Mar 2

75. una certa eleganza

nella stanza ci sono due letti. su quello vicino alla finestra fjodor e gilda hanno fatto l’amore tutta la notte e adesso dormono nudi ma non abbracciati; sul secondo c’è jarvis moretto, morto da tre mesi, vestito con un gessato e un cappello nero a tesa larga. il cadavere è conservato alla perfezione, disteso con le mani giunte sul petto. all’alba, gilda siede sulle coperte, solo il lenzuolo a coprirle il petto nudo, e guarda verso il letto di jarvis.

il giorno dopo la colazione, di là in cucina, si svolge in silenzio. ho freddo, dice fjodor, va nella stanza a prendere una vestaglia, lancia un’occhiata veloce a jarvis moretto, poi torna in cucina. finisce il suo latte caldo in silenzio, infine dice: stanotte ti sei messa a guardarlo. non importa, fa gilda, senza alzare gli occhi. fjodor lascia la sua scodella nel lavabo, gira attorno al tavolo, bacia gilda sul collo. i baci aumentano lentamente d’intensità. in breve gilda è nuda piegata sul tavolo, fjodor la prende da dietro, tiene gli occhi chiusi ad ogni affondo.

dopo pranzo i due sono a letto. gilda sta parlando di una cosa che ha visto in tv. fjodor la interrompe: io e lui non siamo mai andati oltre un’amicizia macchiettistica, tutti presi nel relegarci in ruoli precostituiti; certo, ci siamo divertiti, insieme, fin quando lui non è… ma per te è diverso, vero? tu l’hai amato, gilda.

silenzio.

il punto non è se l’ho amato. il punto è, semmai, che io l’abbia amato mentre amavo te, dice gilda giocando con un lembo del lenzuolo. fjodor le prende il mento tra le mani. la bacia. lei lo lascia crescere e scivolare dentro di sé, ancora e ancora, con gli occhi chiusi.

nella stanza ci sono due letti. su quello vicino alla porta c’è il cadavere di jarvis moretto, perfettamente conservato da tre mesi; sull’altro, una valigia che fjodor ha appena finito di riempire. gilda è andata via da due ore. lo stesso sta per fare fjodor, che chiude la valigia e si fa vicino al letto con jarvis; lo guarda, vorrebbe stringergli una delle due mani giunte o almeno rubargli il cappello; ma niente, va via e richiude la porta alle sue spalle.

adesso, solo adesso, il cadavere di jarvis moretto comincia piano a decomporsi, con una certa eleganza.


Nov 26

141. piazzola di sosta con coppia giovane

-         allora, niente da fare, non parte.

-         no.

-         e tu non sai metter mano al motore.

-         no, cara.

-         possibile? possibile che tu non abbia mai idea di cosa succede a quest’auto? possibile che non tu non sia semplicemente capace di prenderne un’altra?

-         cosa?

-         l’auto.

-         fino a ieri andava tutto liscio.

-         e invece, eccoci qui.

-         non so come sia potuto accadere.

-         e non riparte.

-         secondo me sì. forse dobbiamo solo aspettare.

-         cosa? che si raffreddi il motore? che arrivi mia sorella a prenderci? che arrivi l’alba?

-         io… non lo so. bisogna aver fiducia.

-         bisogna aver fiducia.

-         esatto.

-         è tutto quello che hai da dire.

-         cosa dovrei dire, amore?

-         non lo so.

-         ripartirà.

-         oh, se lo dici… se lo dici tu. io credo solo di aver sonno. molto sonno.