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verso sangue dal caso

Apr 13

6. non funzionerà

niente da fare, la ragazzina era davvero brutta. grassa e pelosa, se ne andava in giro con un palloncino rosso. dago la spiava, ecco cosa faceva. se la ricordava i primi anni di scuola, quasi un’offesa nel suo essere piccola e sola. poi era cresciuta, e male, ma a quanto pare era l’unica ragazza interessata a lui. dago no, non la sopportava, non sopportava l’idea che una sua coetanea potesse essere così sola. ma, davvero, la ragazzina era tutto ciò che dago meritava ai tempi della scuola.

una e una sola volta dago aveva provato a parlare con lei; accadde durante l’ora di geografia, lui si era prima assicurato che nessuno li guardasse e così, mentre il professore spiegava, le aveva sussurrato qualcosa. lei aveva risposto: non hai nessuno alle spalle, non aver fretta. dago aveva concluso che la tipa doveva anche essere un po’ suonata.

c’era un gioco che dago e i suoi amici facevano; avevano rubato le chiavi della palestra della scuola e il sabato sera andavano a giocare a pallone sul parquet dell’edificio. facevano luce con delle torce per non essere scoperti, perciò le partitelle non erano granché. di tanto in tanto imbrattavano gli armadietti negli spogliatoi o si toccavano nei bagni. una volta dago si toccò pensando a lei, ma gli prese un nodo allo stomaco perché si sentì un piccolo uomo senza scelta.

un sabato sera gli amici di dago sparirono nel nulla; qualcuno era in punizione, qualcun altro doveva avere qualche ragazzina per le mani. dago aveva le chiavi della palestra e decise di andarci da solo. arrivò tremando per il freddo e per la paura. si mosse al buio ascoltando il suono appiccicoso delle suole sul parquet. arrivato al generatore, tirò su la manopola. le luci si accesero all’unisono. voleva godersi l’edificio tutto da solo, per una volta.

fu allora che dago la vide. di spalle, seduta accanto a un elefante, al centro del parquet. proprio un elefante, anch’esso di spalle: di quelli piccoli dei circhi. certo abbastanza grande da far sembrare minuscola la ragazzina. lei aveva il suo palloncino, certo, e sembrava non curarsi delle luci. dago si stropicciò gli occhi e pensò che era morto, e che se era morto forse se l’era meritato, in un modo o nell’altro. poi pensò a uno scherzo e che forse qualcuno voleva combinargli l’appuntamento con la ragazzina. e l’elefante? finto, senza dubbio. non funzionerà, sussurrò dago, e fece per andar via.

fermo, vieni qui, disse la ragazzina, la voce da un altro pianeta. niente da fare, è ancora brutta, pensò dago non appena si fu voltato. l’elefante adesso lo guardava e aveva cominciato a puntarlo. aspettava un segnale.


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