7. bisogna comunque vivere
- be’, adesso possiamo dirci davvero tutto.
- solo perché a te non rimane molto tempo e perché anch’io non me la passo tanto bene?
- temo di sì, amore.
- e sia. voglio sapere se sono ancora il tuo capolavoro.
- scommetto che hai già chiesto in giro.
- sì, a dirla tutta: sì.
- e che dicono?
- cosa vuoi che dicano? per alcuni lo sono. per altri sono il tuo errore più grande. frutto di fretta e fantasie contorte.
- mi piace. io ti definirei così: “saresti potuta essere il mio errore più grande”.
- avanti, non abbiamo più sedici anni. voglio sapere se mi hai più tradita.
- oh.
- avanti. te la sei cercata.
- no. io no.
- cosa intendi?
- non solo non l’ho più fatto. ma non l’ho nemmeno desiderato. dopo… dopo quella storia, ho smesso di desiderare altro. insomma, prima credevo che il punto fosse il rispetto per me stesso. avere solo te era limitarsi, in qualche modo. non lo trovavo giusto. dopo, non so nemmeno perché, be’, è finito tutto. ho solo pensato all’inutilità della cosa.
- avere altre storie, dici?
- esatto. e… tu?
- io ne ho avute. forse proprio quando tu hai smesso di desiderarle.
- quante?
- che importa?
- allora tante. ma no, non importa. è strano il caso. forse è stato proprio perché ho smesso io. la vita che era racchiusa in noi due doveva comunque fluire. passare a qualcun altro.
- non devi giustificarmi.
- non lo sto facendo. sto solo dicendo…
- cosa stai dicendo?
- oh, be’, nulla, temo. penso solo che il tempo non è mai abbastanza.
- il tempo non è mai abbastanza, no.
- e che mi mancherai.
- e ti mancherò. sei il solito.
- sai, certe volte, quand’eravamo lontani, dimenticavo le tue ginocchia. il tuo sorriso, i tuoi occhi, la tua lingua, le tue mani, i tuoi piedi, il tuo didietro… ricordavo tutto, ma non le tue ginocchia. non riuscivo proprio a metterle a fuoco.
- be’, adesso sono qui, caro.
- già. sono ancora qui.