9. il teatro dell’orrore
non sapevo quali erano i piani, io non lo sapevo proprio. intorno a me solo rumore, rumore di ferro - clangore - la caligine della battaglia e aria marcia, il frutto aspro della discordia fra uomini e uomini. le parole avevano perso il suono, le frasi il ritmo e l’affanno il respiro. io non sapevo cosa accadeva, non lo sapeva nessuno - era questa la giustificazione più frequente.
dei fanti ricordo l’incedere perplesso e regolare, l’azzuffarsi per niente - quel niente che molti chiamano gloria, ma gloria altrui; dei cavalieri e degli alfieri ricordo quello strano modo d’avanzare a scatti, e quel parallelo scrutare di traverso, mentre l’ombra della colpevolezza si allungava su ogni individuo. dalle torri giungevano grida, l’avvertimento si mutava in timore e il timore in terrore. era un’eco, la nostra vita, l’eco di altre vite già narrate e perdute.
si diceva all’epoca che persino il re fosse corrotto; e che questa corruzione fosse il tratto distintivo e requisito unico per poter tenere unito il popolo; perché nella colpevolezza del re affievoliva il peso del peccato individuale; e anche si raccontava che la regina tradisse il re per un altro regno, un regno di pace e perfezione; si disse anche che non esisteva alcun re, e che la regina si camuffasse di volta in volta da re o da regina; e che dunque il peccato e la corruzione a corte non fossero che teatro; e a me fu chiesto, una volta, prima di partire per la battaglia, se non pensassi anch’io che la vita stessa è corruzione.
non risposi; e neppure tornai da quei territori. dalla terra del mai in cui mi trovo, in cui esistono solo due colori che si alternano come l’errare e il fermarsi, io cerco risposte armato di falce.