12. il bambino perfetto
pensava di meritare il riposo. lo pensava davvero, ottavia, distesa sul letto con le mani incrociate sul bacino, la vestaglia appena aperta sul petto. sentiva il respiro di duane, accanto a lei, all’inizio della sua cantilena notturna. decise di svegliarlo. dormi?, chiese. più o meno, disse duane. lui che fa?, aggiunse, voltandosi verso ottavia. anche la donna si girò sul fianco. non ebbe il tempo di rispondere che ci fu un rumore nella stanza accanto.
che diamine è?, chiese ottavia, seduta sul letto, una mano davanti alla bocca. non lo so, disse duane, lui dormiva? certo che dormiva, altrimenti non sarei qui, duane, cavolo. ottavia era già in piedi. amore, sussurrò duane, vieni qui. non dobbiamo correre da lui ogni volta che…
la culla era vuota. avevano sentito ancora quel rumore, questa volta più sordo. duane guardò ottavia, il volto neutro e tirato a un tempo, un’espressione indescrivibile e contagiosa. l’uomo tentò di tenere i nervi saldi. d’istinto si abbassò in ginocchio e si mise a guardare sotto la culla, per terra, e sotto i mobili. dov’è andato, duane?, dov’è?, ripeteva ottavia con lo sguardo nel vuoto.
ancora quel rumore. sordo e ridicolo, umiliante.
i due genitori portarono gli occhi sul soffitto. era lassù. volteggiava vicino al lampadario e - possibile? - sembrava sorridere. duane fece due passi all’indietro, col muso ancora in alto, e senza farci caso accese il carillon sul bordo della culla.
si muoveva attorno al lampadario, come un calabrone. vieni qui, piccolo, disse duane, senza la minima fiducia nella propria voce. il carillon continuava la sua cantilena di cristallo. piccolo, dove… vieni qui? per… favore?
spegni quell’affare, duane.
tu chiudi la finestra, amore, fa’ in fretta.
l’uomo tentò di arrampicarsi sull’armadio aprendo i cassetti più in basso uno alla volta, con patetica precisione, ma il piccolo volò dall’altra parte della stanza, verso la finestra. chiudila, fa’ in fretta, ottavia, fa’…
la luna pareva avere delle cicatrici accanto al solito sorriso pallido. duane poteva scorgere ogni particolare in lontananza - i tetti delle case dei vicini, i lampioni, le ciminerie e le montagne fuori città - ma nulla. era andato. quando si voltò, qualcosa delle cicatrici che aveva appena scorto sopravviveva nell’espressione di sua moglie in ginocchio, un braccio morto abbandonato sul bordo della culla.