21. piano di fuga
all’assenza di direzione ci era abituato. al non doversi aspettare che ci fosse un indice, nei libri che leggeva, per cui a ogni pagina corrispondesse un titolo con spiegazione dei sentimenti provati da ogni personaggio con relativi fallimenti, tentativi ed approssimazioni, pure. il dover oscillare ogni giorno tra inizio e fine, assenza e lingue sconosciute, altra abitudine. per non parlare dell’abitudine a cercare nuovi interlocutori, strettamente connessa a quella - oramai indolore - ad abbandonarsi all’idea che le sue parole non rimandassero a qualcosa di concreto; e l’abitudine all’incudine, pure, anche quella c’era tutta. c’era poi il fatto di non dover giudicare, e di non poter essere giudicato se non da un se stesso travestito in modo eccentrico e pittoresco; e quella all’ambizione, negata, nascosta, offesa; l’abitudine alla cefalea; al cielo rosso, frammenti di pixel, di alcune foto; l’abitudine all’equivoco come stile di vita e al fraintendimento come segnale biunivoco di ogni conversazione; l’abitudine all’insonnia, quella alla compulsione e quella al vittimismo senza bersagli. abituato pure al diniego di ogni verità in luogo di una soluzione consolatoria, salvo poi cercarne a grappoli in mezze frasi dette da altri, ma di nascosto; così era abituato pure all’ascolto, un ascolto selettivo rivolto ad una parte delle persone e dei discorsi; perché era abituato anche a usare quei discorsi di quelle persone contro altri, e contro se stesso; abituato alla sconcluscione, ci mancherebbe, anche quel giorno disse buonanotte e si coricò.