25. su una gamba sola
dunque. era di fronte ai salici blu, sul lago ricoperto di ninfee di grandi e medie dimensioni. c’era un’aria fresca, appena umida, il ronzare di qualche insetto lontano, tra il muschio e l’edera, più vicino qualche piccolo anfibio sbucava e ripiombava nell’acqua. tutto come quella volta. ma lui proprio non riusciva a pensare nulla di concreto riguardo alla vegetazione che aveva davanti. eppure si era commosso, quella volta che ci era venuto con lei. lo aveva commosso la corteccia scura degli alberi blu, in particolare, mentre lei aveva preso a ridere, una bambina che non comprende la gravità di quello che ha combinato. era felice, lei. ne avevano parlato per tutto il viaggio di ritorno in treno, col treno obliquo per tutto il tempo sulle pendici della montagna. ne aveva parlato lei, più che altro, perché a lui sfuggiva sempre qualcosa quando si parlava di loro due.
e adesso? cosa sfuggiva, adesso? non solo non c’era alcun accenno di commozione in lui, ma mancava qualsiasi tipo di stato d’animo che non fosse una leggera e celata insofferenza per un gesto apparentemente inutile come tornare in quel posto da solo. ebbe voglia di ribaltare qualche ninfea, farla affondare, ma si sarebbe bagnato i piedi. dunque.
dunque, pensò e non pensò, non esiste il solo punto di vista personale, che è già molteplice - che banalità; forse è più significativo e intenso il modo in cui pensiamo e quello che proviamo insieme a un’altra persona: esiste solo ciò che si pensa in due. altrimenti è come correre su una gamba sola. ed era una cosa che si era ripromesso di non fare mai più.
improvvisamente gli sovvenne il modo in cui lei irrigidiva le cosce e i polpacci attorno al suo bacino quando lui era dentro; e ancora la punta dei suoi piedi sul soffitto della stanza; una voglia improvvisa e bastarda di andar via, lontano dal lago.