il malesangue

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verso sangue dal caso

Mar 25

32. l’abominio

la saracinesca del garage andò su con un fracasso insopportabile. una volta sollevata, il dottor dettori si voltò verso geremia, alle sue spalle, con gli occhi ancora socchiusi per il rumore. venga, mi segua, disse il dottore.

la luce rischiarò pian piano il pavimento del garage: geremia non vide però nulla perché il dottor dettori richiuse immediatamente la saracinesca provocando ancora quell’assurdo fracasso. è pronto, geremia?, chiese il dottore, al buio, prima di accendere i neon.

la bestia, informe e nera, stava immobile sul pavimento. gli unici movimenti, quasi impercettibili, facevano pensare che quella specie di balena oscura stesse respirando nel sonno. dunque, disse il dottore, dopo dieci anni di cura, in cui ho potuto analizzare le sue ossessioni e i suoi incubi, geremia, questo è il risultato. è qualcosa di simile al babau, non so se mi spiego. in questo ammasso di nera solitudine, in questa bestia goffa e immonda, ho sintetizzato e cristallizzato i lutti, i fallimenti e gli abbandoni che lei ha voluto condividere con me negli ultimi dieci anni.

un buco nello stomaco impediva a geremia di realizzare cosa stesse accadendo. in quel garage, tra ruote di vecchie biciclette, arnesi per il giardinaggio, martelli e cassette per gli attrezzi avevano preso forma i suoi incubi. improvvisamente mosso da una curiosità infantile, geremia cominciò a passeggiare attorno all’enorme abominio nero.

so cosa sta cercando, disse il dottor dettori, lei cerca gli occhi della bestia. è tratto comune di tutti i predatori cercare gli occhi della preda. il che è certamente un passo avanti, perché significa che lei vuol finalmente uccidere la bestia, che lei si sente cacciatore, non più cacciato. ma è un affanno inutile: la bestia non ha occhi. cerchi piuttosto il punto in cui la carne è debole, e ricordi, geremia: ogni opera, d’arte o meno, non smette mai d’interagire col suo nome. così dicendo, il dottore porse una vanga a geremia.

lasciato solo col mostro, geremia continuò a camminarci attorno, tastandone la corazza molle alla ricerca del punto in cui affondare la vanga. pensava: adesso il dottore tornerà e vedrà che ti ho sconfitto, vedrà che ho vinto io.

ancora quel fracasso di saracinesca. alla luce del neon, il dottor dettori chiamò il nome di geremia. sul pavimento, vicino al mostro, trovò una scarpa del giovanotto e delle gocce di sangue. seguendo il percorso in rosso, il dottore si ritrovò a guardare l’altrui abominio,: adesso aveva gli occhi e pure una bocca. sì, sorrise e sussurrò il dottore, ho vinto. ho vinto io.