43. malesangue
è quasi l’alba e sta per succedere ancora, non so come: sto per commuovermi.
abito da tempo in una stanza con un albero. io e l’albero, e nient’altro, ad eccezione di un materasso. la notte sto in piedi, dormo quasi niente, quasi mai. penserete che sia un amante della notte, forse, ma non è questo, perché come per ogni cosa amata il nodo della questione sta in quello che viene dopo ciò che si ama.
capita che io stia in piedi tutta notte, questo è vero, ma non sono sveglio, sono in attesa. la corteccia dell’albero si apre per la prima volta poco dopo mezzanotte. tre o quattro conigli escono e cominciano a scorazzare per la stanza, a volte saltano sul materasso e su di me. è il segnale che lo spettacolo sta iniziando. i conigli rientrano nell’albero e dalla corteccia arriva il vento, caldo, che porta con sé la voce di un vecchio uomo che sento di aver conosciuto ma di cui non ricordo nome o volto. la voce mi racconta qualcosa che ha a che fare col dolore: racconta soltanto, in essa non c’è ogni possibilità di vivere ciò di cui parla.
attorno all’una la corteccia si richiude. il pavimento della stanza si fa d’acqua, dall’acqua emerge una donna con due teste, i seni gonfi, i due volti bruni si sovrappongono, la donna si avvicina strappandosi le vesti umide, le due teste contraddicendosi; infine è su di me, facciamo l’amore.
quando apro gli occhi tutto è al prima, solo l’albero è spoglio, nella stanza planano le sue foglie, secche, orride. a quel punto riesco a sentire il silenzio, come fosse rumore, un sottile ronzio di pace ma per qualche istante; perché allora la corteccia si riapre ancora, una bava verde comincia a colare, fino a giungere ai piedi del materasso; e poco prima di esserne totalmente ricoperto, riconosco dentro di essa, a galleggiare, le singole ossa di ogni mio fratello.
quando mi sveglio, alcuni porporati circondano il materasso. hanno l’aspetto di chi si voglia occupare di me, porgendomi una coppa, un medicinale, forse, con l’effetto di una droga, e tutto si confonde, si fonde nell’ottica della disgrazia; attendo e osservo i porporati allontanarsi dal letto, compiere tre giri attorno al tronco dell’albero e infine rientrare nella corteccia.
dopo, altre strane creature escono dall’albero, cani con sei zampe, scimmie a tre teste, spade con gambe e orologi con fattezze di rettili; a nessuno di loro confido l’intima mia speranza: distruggere l’albero, consapevole che ad esso è comunque legata la mia esistenza; ma la loro esistenza, ecco, queste creature sono un’intima provocazione che andrà avanti finché non avrò deposto le armi.
e così fino all’alba, da che mi è accaduto di respirare su questa terra - e mi chiedo appunto se non sia la terra stessa la causa di questo mio destino; ma dicevo dell’alba, che non può che essere l’ultima ed intima speranza, quella vera. quando comprendo che un’altra notte è andata, un altro spavento - supremo - superato, io non ascolto altro che lacrime, e mi rinfranca sapere che non sono solo le mie.