il malesangue

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verso sangue dal caso

Mar 18

47. città

ho pregato; a lungo, sì, io ho pregato, dopo anni in cui nessuna domanda mi era stata posta. pregavo come da bambino, perché le preghiere dei bambini sono le uniche credibili, o almeno così supponevo; credibili o meno, sono preghiere cattive, perché si aspettano risposte, e quelle risposte noi chiamiamo miracoli. e se non arrivano, è finita.

così smisi nuovamente di pregare, ma da adulto - adesso lo ero, che ci crediate o meno - da adulto non riuscivo più a individuare la colpa nell’operato manchevole di dio; al più avrei potuto rimproverargli il fatto di non esistere; dunque il problema non si poneva. fin quando non accadde quello che sto per raccontarvi.

alle squame sotto le piante dei piedi mi abituai presto; rendevano impraticabile e scivoloso ogni tipo di terreno o pavimento. anche l’erba che cominciò a crescere dietro le ginocchia, all’interno delle cosce e sulla fronte, anche questa fu mera questione d’abitudine. solo gli spuntoni che ogni notte laceravano la mia carne, su tutta la schiena, e mi impedivano di dormire, solo per quelli passai mesi di sangue e d’angoscia, ma mi ci abituai, mi abituai anche a questo.

fu quando cominciò a sorgere quella città in miniatura sull’avambraccio destro, solo allora, quando da ogni minuscola abitazione osservai uscire intere famiglie di piccoli uomini non meno insignificanti di me, quando li vidi andare al lavoro, riprodursi, erigere palazzi di città ed eleggere sindaci, presidenti e dittatori, fino a estendere il perimetro della città fino al mio stomaco; fu solo allora che sentii una responsabilità che investiva il mio corpo muto e le risposte che non arrivavano; e mai sarebbero arrivate.