il malesangue

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verso sangue dal caso

Giu 8

destinazioni d’uso, mi sposto

ho deciso di continuare a usare tumblr. mi trovate su sangue dal caso, terzo episodio della trilogia del sangue (ehi, questa mi è venuta adesso).


Apr 20

i racconti finiscono qui. chi ha perso qualche frammento avrà tutto il tempo di recuperarlo. mi è stato chiesto cosa accadrà ora. non lo so. però mi piacerebbe che questo baraccone diventasse di carta - una scusa per spegnere il pc, uscire dalla rete. intanto beccatevi il trailer del tumblr. amatelo. decriptatelo. diffondetelo. e poi, se volete, potete sempre tornare qua.


Apr 19

0. il carretto delle storie-gelato (falsa partenza)

storie - storie a palate, storie a chili, storie per chilometri. ci hanno riempito di storie - a scuola, a letto, giù al porto: ogni storia è il mare. storie, ma senza architettura, storie per palati deboli, storie così storie da esser fasulle - storie vuote, storie di morte, distruzione, storie, storie: scorie. storie antistoriche, storie diseducative, storie per sordomuti - storie come fiocchi di neve. storie elettriche, storie come bandiere ammainate, storie topi di campagna sotto il letto. chi ha tempo per delle storie? schiaccia quella storia vicino al battiscopa! storie come angoli, storie coriandolo, angoli di storie - in cui piccoli uomini nudi ci spiano dai vicoli delle strade di una città al neon.

penso alla mia donna. da vecchia. oh, ma non è uno di quei pensieri carini su come saremo carini da vecchi. io la immagino il momento dopo in cui l’avrò seppellita, chiusa nella sua cassa di legno. vedo il suo viso decomporsi, in fretta, diventare polvere. il suo volto nudo come mai. ossa e ancora polvere. come sarà sola allora, quanto le mancherà tutto questo, persino il nostro affannarci, l’affannarsi perché il nostro affannarci appaia qualcosa che si fa insieme a tutti i costi. quanto le mancherà questo nostro contare i passi - quelli giusti/sbagliati.

oh, ma - dlen! dlen! - ecco che già arriva il carretto delle storie-gelato. storie alla vaniglia, storie al limone! storie al cioccolato, storie con cialda! storie da primo appuntamento, storie come rose! storie camuffate da altre storie, storie verità! storie torte trite ritrite, storie opportuniste, storie che ti mettono in riga, storie con la riga a lato, storie figlie d’altre storie, storie, storie a palate, storie a chili, storie per…


Apr 18

1. sporozoo dinoflagellato

ho preso a dormire coi calzini. dov’è l’errore? sono pulito, a modo mio. consiglio a tutti di stare attenti a far finta di esserci - qualcuno potrebbe accorgersene. è un freddo più freddo oppure sono io? dopo tanto tempo.

ho detto a lei che le sue parole sono solo specchi di altri specchi. non pensavo di farle del male, e forse in fondo non gliene ho fatto.

due anni dopo eravamo a ballare, un posto di mare, due o tre amici fidati. è stata l’ultima volta.

non ricordo bene. un’interferenza o qualcosa che non ho detto. ma non ha funzionato.

no, mi ha detto, non è colpa tua. non è solo colpa tua.

voleva sapere da quanto tempo non pregavo. avrei potuto fare dei giri di parole e dirle la verità. ma non importa la verità quando si parla di certe cose. almeno così pensavo. insomma, non pregavo seriamente dalla nascita. mi aspetto sempre qualcosa in cambio. tanto vale pregare per dio invocando le persone che ti stanno accanto, non il contrario. no, le ho detto, non mi manca niente, e vorrei che tu fossi a tuo agio. solo che tu fossi a tuo agio, nient’altro. non ti basta?

poi il ventò si calmò. non fu questo a mutare il mio atteggiamento - nei confronti di nessuno, tra l’altro. furono le rose.


Apr 17

2. il letto in fiamme

compiere sette anni non era stato doloroso come gli aveva raccontato il compagno di banco. gli era sembrato simile a un’operazione chirurgica - quella che avrebbe avuto a settant’anni - attorno alla quale c’è molto clamore ma che si rivela semplice e veloce, senza troppe conseguenze. adesso in casa c’era calma: gli zii erano stati gli ultimi ad andare via e il nonno si era addormentato sulla poltrona davanti alla tv coi baffi ancora sporchi di panna.

nel letto si era addormentato subito. la mamma gli aveva messo il pigiama e gli aveva dato gli auguri per l’ennesima volta baciandolo sulla fronte. la cosa gli aveva fatto venire in mente i baci della sua prima ragazza - che avrebbe avuto a diciott’anni - e lo aveva pacificato. poi si era svegliato intorno alle tre, forse solo perché il letto aveva preso fuoco.

il problema non era il caldo. per la verità non c’era alcuna problema. dapprima rimase immobile, disteso, con la testolina appena sollevata sul cuscino. solo i bordi del cuscino - lo stesso cuscino su cui avrebbe dormito suo figlio, trent’anni dopo - avevano preso fuoco. le lenzuola erano un lago di fiamme. pensava che sarebbe durato poco, come tutte le cose senza spiegazioni, e la cosa lo deprimeva.

una giostra.

le fiamme diventavano più alte, così il piccolo si era messo seduto sulle lenzuola. non riusciva più a vedere il resto della stanza e giocava a passare le mani nel fuoco. essere immortali tocca ai bambini, non si vive al di fuori di quest’età, ed essere bambini è sopravvivere nel mezzo di un incendio.

gli venne in mente il mare. la stessa spiaggia su cui avrebbe tradito sua moglie - a cinquantaquattro anni, con una ragazzina - e pensò a tutte le balle che la gente racconta sull’acqua come elemento naturale per i bambini. e questo cos’è, allora?, pensò.

fin quando la mattina dopo suo padre non lo svegliò. disse che non sarebbe andato a scuola, ma non fu questo a colpire il piccolo, quanto il tono con cui lo aveva detto. gli venne in mente un bambino di sette anni che avrebbe conosciuto vent’anni dopo, e che gli avrebbe detto: non alzare mai la voce con me.


Apr 16

3. il raccontaballe*

incontrai il vecchio erre a metà del mio cammino. se fu incontro casuale o determinato da qualche latente (in me) desiderio di purezza, non ebbi forza né coraggio di chiederlo al vecchio.

ero nel bosco, un bosco con fattezze di deserto scuro, certo io ero un’ombra, del genere peggiore - di quelle che ambiscono a continuare ad essere ombra; inizialmente, venendo erre al contrario da un cammino di luce, lo scambiai per il corpo cui appartenevo. ma subito lui disse: non sono il salvatore, neppure il santo o il saggio venuto da est, non ho risposte né sono qui per dirti cos’è giusto o sbagliato. posso portarti con me, però, perché sono un raccontaballe e racconto finzioni.

lo seguii senza fiatare. mi portò lungo le rive del fiume, camminammo per giorni fino a risalire la montagna. da lì saltammo sfidando il vuoto e gli occhi degli innamorati, fino a giungere nell’abisso dei loro sogni - che sono i segreti degli innamorati, spiegò erre quando toccammo terra.

la terra era fatta di roccia e una luce giallastra inquadrava il nostro percorso. chiesi al vecchio chi fosse - chi fosse davvero.

sono un raccontaballe e racconto storielle.

ma allora perché io credo a ciò che dici? più che alla mia stessa vita?

il vecchio erre non rispose e mi portò per la città dove era appena stato crocifisso un uomo, mi raccontò come quest’uomo aveva vissuto e per cosa era morto; mi disse che con me avrebbe potuto cantare la potenza di quest’uomo, di questo grande re, e che lo avrebbe fatto con le storie che raccontava.

anche erre era figlio di una balla, ma io non potevo crederci; per ogni vecchio erre c’è un vecchio erre più grande e potente che racconta la storia di un altro erre; è la sola catena che trascina gli uomini fuori dall’ombra.

e così, mi spiegò erre prima di lasciarmi, quando incontrerò il mio creatore e lui chiederà cos’ho combinato, io non chinerò il capo, terrò la schiena dritta, e forte e orgoglioso dirò: ero un raccontaballe, signore, io ero un raccontaballe e raccontavo storielle.

* ispirato - molto liberamente - dal brano “a singer of songs” di johnny cash.


Apr 15

4. il guinzaglio

svoltato l’angolo, prese per il cortile. si fermò per aprire il cancello. la bestia al guinzaglio sbuffava. i vicini continuavano a spiare da dietro le tapparelle. la bestia era davvero brutta, e chissà cos’avrebbe combinato se lui le avesse tolto il guinzaglio, un giorno o l’altro.

l’ultima donna era andata da tredici anni. gli ultimi sussulti per una qualche idea politica, sportiva o religiosa, ancora prima. l’uomo era rimasto da solo e aveva deciso che il suo obiettivo era trovare il modo di rimanerci, solo. un giorno che tornava dal fiume trovò il bastardino sul bordo della strada. sembrava un cane o un procione rossastro. ma aveva due code, il petto di un rettile e un terzo occhio sul collo. un’aria furba e fiera.

portarlo a spasso fu un problema solo per la prima settimana. l’abitudine fece il resto. i vicini tentavano di non essere troppo invadenti. solo la signora che abitava all’angolo, una volta, chiese all’uomo se quella bestiola al guinzaglio fosse un’aspirapolvere.

una sera arrivarono anche gli sbirri. doveva averglieli mandati la famiglia che abitava nella casa accanto. erano nichilisti e sapevano che lui non li sopportava. gli sbirri gli chiesero se quella bestia fosse regolarmente registrata. lui disse che non c’era alcuna bestia.

la solitudine è tale solo se puoi raccontarla, pensava l’uomo, e la bestia ascoltava.

faceva anche le fusa: consistevano nel rilasciare succhi gastrici sul letto attraverso una valvola pilorica che sporgeva dal petto di rettile.

quando la bestia morì, l’uomo comprese che la bellezza può avere o non avere termine, durata, e che la storia della sua intera esistenza era una storia disabitata in cui c’erano solo mobili con dei teli impolverati sopra.

l’uomo decise di farsi seppellire con la sua bestia, perché è tipico degli animali non abbandonare mai il proprio padrone - senza che la cosa necessiti di una qualche spiegazione economica. solo che l’uomo era vivo. e ancora riposa murato insieme al demonio a casa sua, tra il soggiorno e il giardino, ancora in ascolto quando il vento soffia tra i rami dei platani.


Apr 14

5. altri anfiteatri

il nuovo anfiteatro era stato edificato appena fuori città. le pietre su cui era stato costruito quello vecchio, nel mezzo del centro storico, si erano sbriciolate il giorno in cui tutti gli uomini erano stati trasformati in scarafaggi.

una perfetta ricostruzione in plastica, legno e cemento, in cui andava in scena ogni notte la stessa commedia. un unico attore, con una maschera da caprone con lunghe corna di legno, il coro interpretato da tre scheletri - scheletri ballerini, e veri. sui gradini il pubblico era composto da manichini.

questo è il regno di plastica, esordiva il caprone, in cui si arriva per sfinimento e compassione.

questo è il regno in cui è abolito ogni spazio tra pensiero ed espressione!, cantava il coro.

questo è il regno del dolore, questo è il regno della comunicazione.

coro: questo è il regno dell’espressione, questo è il regno in cui si vomita!

questo è il regno dell’estinzione, un barattolo, inferno ed interno.

coro: questo è il regno del chissenefrega, questo è il regno della danza!

questo è il regno in cui è abolito il destino.

coro: non certo la predestinazione!

questo è il regno in cui si va.

coro: e l’assenza di scelta è l’unico peccato!

questo è il regno in cui il bene è invisibile.

coro: poiché il bene è solo il male che non si è ancora fatto, o che si eviterà. poiché il bene è il fantasma del male potenziale!

questo il regno in cui si va a zigzag tra le fiamme.

coro: e noi, a noi solo è dato di bruciare danzando!


Apr 13

6. non funzionerà

niente da fare, la ragazzina era davvero brutta. grassa e pelosa, se ne andava in giro con un palloncino rosso. dago la spiava, ecco cosa faceva. se la ricordava i primi anni di scuola, quasi un’offesa nel suo essere piccola e sola. poi era cresciuta, e male, ma a quanto pare era l’unica ragazza interessata a lui. dago no, non la sopportava, non sopportava l’idea che una sua coetanea potesse essere così sola. ma, davvero, la ragazzina era tutto ciò che dago meritava ai tempi della scuola.

una e una sola volta dago aveva provato a parlare con lei; accadde durante l’ora di geografia, lui si era prima assicurato che nessuno li guardasse e così, mentre il professore spiegava, le aveva sussurrato qualcosa. lei aveva risposto: non hai nessuno alle spalle, non aver fretta. dago aveva concluso che la tipa doveva anche essere un po’ suonata.

c’era un gioco che dago e i suoi amici facevano; avevano rubato le chiavi della palestra della scuola e il sabato sera andavano a giocare a pallone sul parquet dell’edificio. facevano luce con delle torce per non essere scoperti, perciò le partitelle non erano granché. di tanto in tanto imbrattavano gli armadietti negli spogliatoi o si toccavano nei bagni. una volta dago si toccò pensando a lei, ma gli prese un nodo allo stomaco perché si sentì un piccolo uomo senza scelta.

un sabato sera gli amici di dago sparirono nel nulla; qualcuno era in punizione, qualcun altro doveva avere qualche ragazzina per le mani. dago aveva le chiavi della palestra e decise di andarci da solo. arrivò tremando per il freddo e per la paura. si mosse al buio ascoltando il suono appiccicoso delle suole sul parquet. arrivato al generatore, tirò su la manopola. le luci si accesero all’unisono. voleva godersi l’edificio tutto da solo, per una volta.

fu allora che dago la vide. di spalle, seduta accanto a un elefante, al centro del parquet. proprio un elefante, anch’esso di spalle: di quelli piccoli dei circhi. certo abbastanza grande da far sembrare minuscola la ragazzina. lei aveva il suo palloncino, certo, e sembrava non curarsi delle luci. dago si stropicciò gli occhi e pensò che era morto, e che se era morto forse se l’era meritato, in un modo o nell’altro. poi pensò a uno scherzo e che forse qualcuno voleva combinargli l’appuntamento con la ragazzina. e l’elefante? finto, senza dubbio. non funzionerà, sussurrò dago, e fece per andar via.

fermo, vieni qui, disse la ragazzina, la voce da un altro pianeta. niente da fare, è ancora brutta, pensò dago non appena si fu voltato. l’elefante adesso lo guardava e aveva cominciato a puntarlo. aspettava un segnale.


Apr 12

7. bisogna comunque vivere

- be’, adesso possiamo dirci davvero tutto.

- solo perché a te non rimane molto tempo e perché anch’io non me la passo tanto bene?

- temo di sì, amore.

- e sia. voglio sapere se sono ancora il tuo capolavoro.

- scommetto che hai già chiesto in giro.

- sì, a dirla tutta: sì.

- e che dicono?

- cosa vuoi che dicano? per alcuni lo sono. per altri sono il tuo errore più grande. frutto di fretta e fantasie contorte.

- mi piace. io ti definirei così: “saresti potuta essere il mio errore più grande”.

- avanti, non abbiamo più sedici anni. voglio sapere se mi hai più tradita.

- oh.

- avanti. te la sei cercata.

- no. io no.

- cosa intendi?

- non solo non l’ho più fatto. ma non l’ho nemmeno desiderato. dopo… dopo quella storia, ho smesso di desiderare altro. insomma, prima credevo che il punto fosse il rispetto per me stesso. avere solo te era limitarsi, in qualche modo. non lo trovavo giusto. dopo, non so nemmeno perché, be’, è finito tutto. ho solo pensato all’inutilità della cosa.

- avere altre storie, dici?

- esatto. e… tu?

- io ne ho avute. forse proprio quando tu hai smesso di desiderarle.

- quante?

- che importa?

- allora tante. ma no, non importa. è strano il caso. forse è stato proprio perché ho smesso io. la vita che era racchiusa in noi due doveva comunque fluire. passare a qualcun altro.

- non devi giustificarmi.

- non lo sto facendo. sto solo dicendo…

- cosa stai dicendo?

- oh, be’, nulla, temo. penso solo che il tempo non è mai abbastanza.

- il tempo non è mai abbastanza, no.

- e che mi mancherai.

- e ti mancherò. sei il solito.

- sai, certe volte, quand’eravamo lontani, dimenticavo le tue ginocchia. il tuo sorriso, i tuoi occhi, la tua lingua, le tue mani, i tuoi piedi, il tuo didietro… ricordavo tutto, ma non le tue ginocchia. non riuscivo proprio a metterle a fuoco.

- be’, adesso sono qui, caro.

- già. sono ancora qui.


8. e nulla verrà dal nulla

la bottega aveva l’insegna di legno e i mattoni color sabbia. il mondo attorno svaniva, piano, sfumando in una dimensione grigia e informe.

da qualche anno kostner costello lavorava come spazzaparole per una ditta di pulizie. il suo compito era dare una ripulita agli uffici della banca all’angolo della quinta strada. la cosa che preferiva era pulire nei corridoi: se nelle stanze dei dirigenti il pavimento era un pullulare di termini tecnici, nei corridoi c’erano anche delle frasi intere. frasi da poco, dette di sfuggita, che kostner raccoglieva con la scopa e sistemava con cura nel sacco nero. ogni tanto portava qualcosa a casa, del tipo “come va?”, “credo di essermi innamorato”, “la mia vita è puro pulviscolo”.

una sera, di ritorno dal lavoro, kostner costello fermò al solito davanti alla vecchia bottega. trattenne il fiato e trovò il coraggio. nel locale si respiravano anni di storia della levigatura del verso. quasi tutti i poeti che conosceva erano passati da lì. dietro al bancone trovò il garzone, vecchio e piccolo, piegato su un libro, con degli occhialini da piscina che occupavano la parte superiore del suo viso. stiamo per chiudere, disse il vecchio. non le prenderò molto tempo, rispose kostner.

dalla borsa tirò fuori la frase che aveva trovato qualche giorno prima nascosta nel vaso di una pianta nel corridoio. la mostrò al vecchio garzone. “e nulla verrà dal nulla”, sospirò il vecchio. tutto qui?, chiese. vede, noi ci occupiamo di interi poemi. aggiustiamo, levighiamo, limiamo e sforniamo. da duecento anni. lei lo saprà già. eppure viene da me con…

io ho solo questo. vorrei solo che lei lo rendesse speciale, qualcosa di…

…con un verso di lucrezio. questo è lucrezio.

non lo sapevo.

mmm, facciamola breve. non ci sono diritti d’autore sul vecchio lucrezio ed è tardi. per questa volta sarà gratis. ma capisce bene che deve darmi il senso.

il senso?

ascolti. pensi a una canzone. in una canzone c’è la melodia. è un po’ come la trama. ha dei movimenti tutti suoi, quasi mai originali. poi c’è il suono. come suona una canzone. e quello è il senso. il senso di una poesia, di un verso. che suono vuole che abbia questo verso? quello sarà solo suo.

mi sembra che ne abbia già uno.

no, non direi. vede, si può intendere che non c’è più nulla da fare, poiché “nulla verrà dal nulla”. oppure, si può intendere che nulla tornerà nel nulla, ma tutto torna a nuova vita sotto nuove forme.

non saprei. lucrezio cosa ne pensava?

oh, questo non glielo dirò, giovanotto. sa cosa vuol dire? vuol dire che lei deve farsi un giro là fuori. un giro molto lungo. deve farsi un’idea. e quando sarà pronto, allora potrà tornare qui e dirmi cos’è per lei il nulla. potrebbe impiegarci anni.

***

fuori, il mondo sfumava nella neve. una neve immobile e continua, che imbiancava la strada e i palazzi. il cammino era iniziato: al momento, però, kostner guardava il buco nero che aveva in mezzo al petto, come se indossasse dei vestiti invisibili.


Apr 11

9. il teatro dell’orrore

non sapevo quali erano i piani, io non lo sapevo proprio. intorno a me solo rumore, rumore di ferro - clangore - la caligine della battaglia e aria marcia, il frutto aspro della discordia fra uomini e uomini. le parole avevano perso il suono, le frasi il ritmo e l’affanno il respiro. io non sapevo cosa accadeva, non lo sapeva nessuno - era questa la giustificazione più frequente.

dei fanti ricordo l’incedere perplesso e regolare, l’azzuffarsi per niente - quel niente che molti chiamano gloria, ma gloria altrui; dei cavalieri e degli alfieri ricordo quello strano modo d’avanzare a scatti, e quel parallelo scrutare di traverso, mentre l’ombra della colpevolezza si allungava su ogni individuo. dalle torri giungevano grida, l’avvertimento si mutava in timore e il timore in terrore. era un’eco, la nostra vita, l’eco di altre vite già narrate e perdute.

si diceva all’epoca che persino il re fosse corrotto; e che questa corruzione fosse il tratto distintivo e requisito unico per poter tenere unito il popolo; perché nella colpevolezza del re affievoliva il peso del peccato individuale; e anche si raccontava che la regina tradisse il re per un altro regno, un regno di pace e perfezione; si disse anche che non esisteva alcun re, e che la regina si camuffasse di volta in volta da re o da regina; e che dunque il peccato e la corruzione a corte non fossero che teatro; e a me fu chiesto, una volta, prima di partire per la battaglia, se non pensassi anch’io che la vita stessa è corruzione.

non risposi; e neppure tornai da quei territori. dalla terra del mai in cui mi trovo, in cui esistono solo due colori che si alternano come l’errare e il fermarsi, io cerco risposte armato di falce.


Apr 10

10. uno splendido fallimento

un giorno di gennaio o febbraio il signor gestalt tornò sulla terra in una nuova veste; perplesso perché ogni parte del suo corpo sembrava nuova ad eccezione degli occhi, si sorprese a sbuffare: se tutto va bene, potrei comunque sopravvivere a me stesso.


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