il malesangue

parla solo di quel che sai // 169 salmi, inni e centurie

Dec 3

136. in questa stanza

in questa stanza siamo in tredici. tutti figli e fratelli l’un con l’altro: qualcuno di noi ha ucciso, qualcun altro ucciderà, non desideriamo nulla che non sia uscire di notte in cerca d’amore. suoniamo cornamuse e organetti e ci accoppiamo solo all’alba con le segretarie dei nostri genitori. siamo dei pirati sanguinari, perciò crediamo in un avvenire migliore. a chi chiede perdono, noi offriamo sconfitta; tuttavia, seppur con una certa agitazione, parliamo solo di marce, marce che siano trionfali.

abbiamo ucciso finora due presidenti, un bue, tre ciarlatani, due allevatori di visoni, un parvenu, un decisionista, tre monaci glabri e un’esistenzialista americana. non ci fermeremo finché la giustizia dei senza-nome non avrà trionfato e il pavimento di questa stanza non sarà stato mondato dall’eco dei nostri psicologismi. noi non abbiamo passato, perché non abbiamo domande.

quanto al presente, esso non dimostra alcun incedere: perciò non ci curiamo della sua dignità; il presente per noi è il movimento dei nostri passi in questa stanza, in cui viviamo schiacciati l’un sull’altro, poiché nella ristrettezza dello spazio è l’unico  presente che riconosciamo; ed è questo il monito che ci ricorda di pensare all’essenziale, quando si tratta di agire.

in questa stanza siamo in tredici. non è per il sangue che scorrerà sotto le nostre lame, non è per quello che colerà dalle nostre dita né, infine, per quello che laveremo dalle nostre vesti finché saremo giovani e faremo ancora polvere di ogni estate; ma per l’amore che, di notte, ci muoverà per queste strade.


Dec 2

137. faccia da coniglio

l’uomo aveva finito di parlare da una trentina di secondi. guardava la bottiglia di birra, vuota, sul tavolo. la fissava. aspettava che il suo discorso facesse un effetto qualsiasi sulla donna seduta di fronte. la donna con la faccia da coniglio respirava piano, curvando le lunghe orecchie sopra la testa, di tanto in tanto muovendo i sottili baffi grigi sul musetto. all’uomo vennero in mente le macchie gialle comparse da qualche giorno sul pavimento della cucina. non riusciva a comprendere di cosa si potesse trattare.

la donna con la faccia da coniglio emise un verso, forse un sospiro. l’uomo alzò lo sguardo, d’istinto, ma fece in tempo a fissarlo dietro la faccia da coniglio, verso il bancone del bar in cui si trovavano. era in legno, dietro c’era un barista calvo e taciturno con un sigaro spento in bocca.

insomma, sussurrò l’uomo, forse più a se stesso che alla donna. lei rimase impassibile. si voltò un attimo per guardarsi attorno. fu l’uomo a chiamare la cameriera alzando il braccio. ordinò un’altra birra.

finita la sua birra in silenzio, l’uomo fissò i suoi occhi sul collo della donna con la faccia da coniglio. non riusciva a tenere lo sguardo più in alto di così. sentiva il cuore cedergli. poi disse: allora, bene, d’accordo. fece una piccola pausa. riproviamoci, concluse, e mandò giù l’ultimo goccio di birra portando indietro la testa. la donna fissò i suoi minuscoli occhi neri sul collo dell’uomo e trattenne il fiato, immobile con entrambe le mani sul tavolo.


Dec 1

138. non chiedere la parola

il signor gestalt aveva sentito pronunciare la parola “verità” per la prima volta nel corso dell’ultima assemblea condominiale: proprio quella sera comprese che sì, la verità andava esposta, sezionata, raccontata e modificata; ma certo mai, mai chiamata per nome.


Nov 30

139. l'affermazione

dal suono che ha, quest’affermazione ha tutta l’aria di essere una minaccia oppure un’invocazione; rivolta a chi, non è dato saperlo. ma non è importante: l’uomo che l’ha pronunciata non ha intenti provocatori. si dice sia un perdente, più portato all’assoluzione che all’assunzione di responsabilità. certo è che tutto ciò che quest’uomo desiderava fino ad ora era pronunciare questa frase.

a pensarci bene, il tono con cui è stata pronunciata potrebbe esser risultato interrogativo; e quest’uomo se n’è accorto. così la frase assume ora un valore retroattivo: tutta l’esistenza di quest’uomo, composta di slanci e tentativi fuori tempo, comincia d’improvviso a oscillare; è un palazzo che sta per implodere, una catena di inciampi e permessi rimasti senza risposta.

il destinatario di questa frase potrebbe forse cambiare le cose; ma è comunque un muro. l’uomo che ha appena pronunciato l’affermazione lo immagina così il suo interlocutore, ma poco importa, perché è davvero di un muro che si tratta. sempre meglio di uno specchio, forse, ma anche su questo muro l’affermazione rimbalza, solo un poco indebolita dall’urto, e taglia la gola dell’uomo che l’ha pronunciata.


Nov 27

140. un vecchio, il mare, il vecchio e il mare

il vecchio posò il libro sul tavolino tondo. davanti aveva la spiaggia su cui andava a pescare da bambino. dentro, aveva ancora la voce del romanzo che aveva appena finito di leggere, in cui c’era un vecchio col suo nome. avrebbe voluto fare il pescatore, anche lui, ma non aveva fatto in tempo. il turismo aveva spazzato via i vecchi pescatori del luogo prima ancora che lui potesse diventare adulto. ma non gli mancava il mare, la pesca con suo nonno, da bambino, e neppure i banchi di piccoli pesci neri che si aprivano a riva quando lui s’immergeva in acqua. gli mancava qualcosa di cui aveva sentito parlare, una volta, da ragazzino.

l’epifania. un concetto che adesso il vecchio non riesce a isolare, affrontare per intero. ma ce l’ha, gli ronza in testa come la canzone lenta e dondolante che suona negli altoparlanti del bar. va tutto bene, pensa. ma non ha nulla da scoprire, forse perché - pensa, poi si blocca. beve l’ultimo goccio del suo drink analcolico. soffia dalle narici, si alza ed esce dal bar, dal lato della spiaggia. torna indietro: ha dimenticato di pagare il conto.

adesso si è tolto i sandali e ha i piedi nell’acqua. è fermo, le mani in tasca, guarda l’orizzonte. suo nonno, suo nonno gli aveva detto che quando il mare è calmo e il sole è alto verso ovest, d’estate, se fissi l’orizzonte a un certo punto lo perdi, si mischia col mare. suo nonno aveva qualcuno a cui raccontare. perciò ogni cosa aveva l’aria di essere una scoperta: ecco tutto. si guarda i piedi, i piedi nell’acqua, il vecchio, e l’acqua è limpida, a quest’ora.


Nov 26

141. piazzola di sosta con coppia giovane

-         allora, niente da fare, non parte.

-         no.

-         e tu non sai metter mano al motore.

-         no, cara.

-         possibile? possibile che tu non abbia mai idea di cosa succede a quest’auto? possibile che non tu non sia semplicemente capace di prenderne un’altra?

-         cosa?

-         l’auto.

-         fino a ieri andava tutto liscio.

-         e invece, eccoci qui.

-         non so come sia potuto accadere.

-         e non riparte.

-         secondo me sì. forse dobbiamo solo aspettare.

-         cosa? che si raffreddi il motore? che arrivi mia sorella a prenderci? che arrivi l’alba?

-         io… non lo so. bisogna aver fiducia.

-         bisogna aver fiducia.

-         esatto.

-         è tutto quello che hai da dire.

-         cosa dovrei dire, amore?

-         non lo so.

-         ripartirà.

-         oh, se lo dici… se lo dici tu. io credo solo di aver sonno. molto sonno.


Nov 25

142. l'uomo in meno

si dice sia un fotografo l’uomo disteso in questo letto. ha la barba lunga, un berretto di lana con ponpon, sonnecchia avvolto da lenzuola aggrovigliate come code di serpente, ricoperto infine da macchine fotografiche d’ogni genere ed epoca - analogiche, digitali, reflex, multiplex, anal, serial e common. se ne stanno immobili e innocue sul cuscino, ai piedi, sulle lenzuola e perfino sotto il letto.

nei rullini e nelle memorie digitali di queste macchine stanno le foto che quest’uomo ha scattato - mai sviluppato o stampato - in più di quarant’anni; soprattutto, stanno le foto che avrebbe voluto scattare o scatterà; sono questi istanti il pericolo più grosso per la sua vita; poiché se quest’uomo accetta di buon grado la propria assenza nelle foto già scattate - è nel proprio farsi vuoto che si realizza la vita altrui - allora deve temere gli istanti in potenza: come si realizzeranno questi attimi, se lui non ci sarà? oppure continuerà ad esserci, senza esserci, anche da morto?

l’uomo sonnecchia, di tanto in tanto apre un occhio, poi nel sogno si sveglia e si mette seduto sul letto a ciucciare uno dei tanti obiettivi che carezza da dormiente; gli infiniti attimi che conserva in quelle macchine sono una condanna a vivere, oppure una condanna a non esser mai stato; nell’incertezza, quest’uomo si lascia strangolare.


Nov 24

143. forma di donna

la vecchia signora mirandolina plum aveva un giovane amante. nel castello di svendor lei si occupava del ristoro spiritofisicosensuale di lui, e lui, in cambio, si occupava degli insetti. ogni volta che la signora mirandolina plum s’accorgeva della presenza di un insetto, urlava il nome del suo giovane amante intonando un canto che impastava assieme sesso, speranza e perdono, casto perdono. a quel punto il giovane interveniva per risolvere la questione, agendo in base a un campionario di bestie striscianti che la signora stessa aveva redatto, classificando gli ospiti indesiderati in base alla forma del loro corpo.

le blatte, andavano schiacciate. per il resto: se l’insetto aveva zampe sottili e corpo lungo (grilli: tipologia coscienziosa; mantidi: tipologia con un che di profetico; grilli-talpa: tipologia carina) andava semplicemente rimosso, senza che subisse alcun danno; se l’insetto aveva il corpo tozzo e peloso (idroicnosauri nani: tipologia repellente; incuneabondi del legno: tipologia portatrice di malattie estinte; afidi pneume: tipologia inibente) andava sterminato con acido e sale; se l’insetto era potenzialmente e particolarmente coriaceo e/ma sanguinolento (sanguine dolenti: tipologia splatter; seridi seramidi: tipologia immortale) andava trasferito nella sala delle torture del castello e solo allora poteva essere terminato.

gli omicidi degli insetti avevano un duplice effetto sul giovane amante: da un lato lo rendevano più resistente durante l’accoppiamento con la vecchia signora plum; e dall’altro lo astraevano da questioni filosofiche ed esistenziali, lasciandolo interrogare solo sulla pura forma degli esseri e degli oggetti, derivando da essa e solo da essa il valore e il destino da riservare alle vite altrui.

una sera, nella grande sala da pranzo, la vecchia signora mirandolina plum rideva sguaiata e mangiava nuda distesa sul lungo tavolo dove stavano le vivande; il giovane s’accorse che una scura macchia di sangue s’allargava sotto il tavolo; fu allora che il killer degli insetti si chiese: che forma ha la mia donna? da quale prospettiva posso indovinarne l’ardore, i sentimenti?


Nov 23

144. la madre di tutte le guerre

nacqui da tiro di schioppo a guisa di rappresaglia a seguito d’un furto di polli in terra d’entroterra d’una regione minore dell’anodinia. al che, pensò qualcuno, questa è la guerra: estendibile, pubblicizzabile, approfittiamone. poiché da sempre chi detiene i polli è monarca e chi tiene fame è repubblicano, la guerra s’estese a tutta la regione, e divenne di liberazione. da chi o cosa, nel corso del tempo, s’è perso il lume. difatti poi mi feci guerra di liberazione dall’oppressione della fede: poiché è noto che chi ha mangiato il pollo, dopopranzo per l’appunto, perde la voglia di pregare, e di credere che la vita sia altro che mangiare. così mi feci guerra santa, del lume contro la religione, e caddero teste di papi e sovrani papisti d’anodinia. così santa, questa guerra, che pure il lume divenne credo, venato pure d’un certo misticismo. accanto all’anodinia stava uno stato, in cui si credeva che le rane fossero ombrelli e gli scoiattoli profeti; e dunque l’anodinia mosse guerra - questa sì, di religione - a questo stato da due soldi, e la vinse, così che pure quello stato fu battezzato laico; l’unione d’anodinia s’allargò mangiucchiando i confini di altri staterelli poveri ed arretrati; e siccome la povertà è contagiosa, fa media, tutta l’unione divenne più povera; a chilometri di distanza stava uno stato che aveva ogni risorsa: petrolio, belle donne e pure poeti. così mi feci guerra d’approvvigionamento, camuffata da guerra alla moda, con un certo stile, per carità. così mi toccò infine di diventare guerra di moda e contrappunto e…

ma questa è altra storia. la mia, di storia, va avanti da cento anni e me ne vanto. sono l’emblema di tutte le guerre, io duro da sempre, mi sposto da un punto all’altro della crosta terrestre ma sempre guerra in anodinia rimango. un paese finisce di eplodere e subito mi faccio focolaio altrove. se due coniugi litigano, si dicono impegnati in una “guerra d’anodinia”. per me si muore, per me si percepisce uno stipendio, per me si crede e per me si sperimenta l’abisso.

se io m’estinguo, s’estingue l’uomo.


Nov 20

145. l'affitto

dovevano essere le sette del mattino quando bussarono alla porta. nick malesangue portò una mano alla sveglia, poi realizzò che si trattava del campanello. si mise seduto sul letto e sentì la ragazza nuda alle sue spalle respirare piano, ancora avvolta nelle lenzuola. il campanello continuava a suonare all’impazzata. nick prese la bottiglia di spumante ai piedi del letto e bevve un lungo sorso sentendo il pomo che andava su e giù nella gola. si alzò, cercò qualcosa in un cassetto e andò alla porta.

sul pianerottolo, cheng non la smetteva di sbraitare circa i sei mesi d’affitto arretrato. nick ascoltava impassibile. un cinese che mi chiede dei soldi, pensava, dritto sulla porta. dove siamo finiti. l’espressione di cheng era insopportabile. a un certo punto nick tirò su col naso e sbadigliò, stiracchiandosi. allungò il movimento tirando su le braccia, facendo sollevare leggermente la maglietta sulla pancia. cheng abbassò lo sguardo, e fu allora che vide il “ferro” infilato nei pantaloni del pigiama di nick malesangue. ammutolì di colpo, il cinese, poi la sua voce andò in dissolvenza. cominciò a indietreggiare lentamente, sulla via dell’ascensore. ciao, disse nick.

nick ripose il “ferro” nel cassetto e sedette sul letto. prese un sorso di spumante, poi sentì le gambe nude della ragazza pizzicare le lenzuola alle sue spalle. beat my ass, disse la ragazza in dormiveglia. nick ebbe un sussulto, infine si mise disteso nel letto, convinto della sua erezione. disteso, tastò tra le gambe. niente.


Nov 19

146. la mano del maestro

arturo spataro era il mio professore di musica alle scuole medie. amava il tango e i film di leni riefenstahl. nel tempo libero musicava aforismi di kierkegaard. all’epoca di ciò che sto per raccontarvi - voci di paese, dunque voci prossime a farsi verità - era fissato col teatrino per le marionette che ci aveva fatto costruire in classe. voleva farci mettere in scena la cavalleria rusticana. quando lo trovò in pezzi, lasciò un cartello sul piccolo palco in legno con su scritto: se sei contento, continua pure a fare il nazista, brutta bestia. tutto questo accadeva qualche mese prima che al posto della mano destra di arturo spataro spuntasse un piccolo volto del tutto simile a quello dello stesso professore.

i primi tempi arturo spataro decise di non andare al lavoro. del resto, non poteva neppure suonare. poi, sentendosi comunque artista, finì coll’abituarsi alla bestia. che fino ad allora non aveva fiatato. fu proprio al ritorno a scuola che la mano-volto parlò: siete una manica di stronzi debosciati, disse alla classe. il consiglio di classe prima, quello dei genitori poi e infine quello d’istituto decisero di sospendere il maestro in via cautelativa.

nei mesi successivi, l’orgoglio del maestro risolse molte cose. arturo spataro continuò a dare lezioni private. gli alunni potevano scegliere persino con chi fare lezione. certo, c’era un problema: ad arturo la nona e la settima di beethoven facevano pena; alla mano-volto invece facevano letteralmente schifo. escluso questo, filava tutto liscio.

quel natale il maestro venne colto da una grande depressione; infatti, pur dando lezioni private, raramente s’azzardava a uscire di casa. così la notte della vigilia passava in solitudine. tutta colpa tua, disse alla mano-volto, che ti sei mangiata le mie dita e mi ha reso solo. solo! posso io seguitar a parlare con me solo? con un me in miniatura, per giunta? in miniatura un cazzo - rispose la mano - e se fosse il contrario? se fossi tu, piuttosto, ad aver mangiato il resto, lasciando nient’altro che il mio volto? guarda come mi hai ridotto! dipendente in tutto da una versione solo più boriosa di me! ma io c’ero già prima!, obiettò il maestro. e chi te lo dice?, riprese la mano-volto.

insomma, par proprio che quella notte di natale passò in questo modo. forse proprio quella notte spiegherebbe quanto si vide al ritorno a scuola del maestro arturo spadaro: un uomo con la mano destra che canta da sotto un telo - manco fosse la testa d’un rapace - e nella sinistra, un angosciante moncherino.


Nov 18

147. il ritorno

sul tavolo tutto è pronto per la colazione: latte, biscotti e avanzo di crema di ghiumole della sera prima. il ragazzo guarda sua madre. oggi sembra meno vecchia di ieri, pensa. sa che non è vero. cerca solo il momento adatto, da circa dieci anni, e questo momento è arrivato: deve dirle che andrà via. mentre la donna apre il vasetto con la crema, il figlio smette di stirarsi i baffi e apre la bocca, sta parlare. in quel preciso istante suonano alla porta. sua madre s’alza di scatto. lui rimane a tavola, prende un biscotto e lo fissa. sente il cigolio della porta, sua madre che dice: oh!, poi silenzio. la donna si avvicina, è in corridoio, dice: figliolo, tuo padre è tornato.

adesso sono seduti in tre. al padre, sporco di terra, manca un occhio. per il resto è tale e quale a dieci anni prima. ha ancora quell’aria fiera da scampato pericolo addosso. oh, george, dice la donna, non sai quanto ho aspettato. ho sognato mille volte questo momento. sapevo che saresti tornato. sapevo che non era giusto, non era giusto che fossi stato tu ad andartene prima di me. l’uomo rimane in silenzio. il figlio continua a mangiare biscotti.

passano alcuni mesi. la vita di questa famiglia torna pian piano sui vecchi ritmi, quelli precedenti alla morte del vecchio. sua moglie ha ripreso a bere, anche se le risulta più difficile con dieci anni in più sulle spalle, e il ragazzo, ormai adulto, passa da un bar all’altro. la sua ragazza l’ha mollato dopo che lui ha perso il lavoro.

una sera, il marito non riesce più a trovare l’occhio di vetro che aveva sistemato al posto di quello perso nella bara. dice d’averlo perso al pub, con tutta probabilità. torna a cercarlo. quella sera madre e figlio cenano da soli. mamma, dice il figlio. dimmi, dice lei, è sbronza e fissa il piatto. è una presa per il culo. lo so, risponde lei. non è lo stesso, capisci, mamma? io - io credo d’aver buttato via dieci anni di vita e… sta’ zitto, dice la donna.

più tardi moglie e marito sono sul divano. lui non ha trovato il suo occhio. george, esordisce la donna, george, ascoltami. è stato magnifico, il tuo ritorno. non sai quanto ho aspettato. credevo di meritarlo, ecco tutto, e nell’attesa ogni frustrazione perdeva peso, perché sapevo che saresti tornato e… insomma, george. devo chiederti d’andar via. non - non è lo stesso. è stato magnifico. ma tu sei morto e nostro figlio è adulto e io - io non lo so, george, ma non va bene. devi tornare da dove sei venuto.

l’uomo non muta espressione. solo, si gratta nell’orbita dell’occhio mancante. sospira, poi si alza. la donna pensa che vorrebbe accompagnarlo, ma resta in silenzio. l’uomo infila l’impermeabile, arriva alla porta senza voltarsi e la apre. esce e se la richiude alle spalle. là fuori, sul tappeto, si accorge che pioviggina. poi, immobile, quest’uomo torna polvere.


Nov 17

148. un ragazzo

il ragazzetto si sporge sulla scogliera. la patta è aperta. il vento tra i capelli, prolunga il liquido giallo di là dalla pietra consumata dal sale e da se stessa. il liquido conosce traiettorie già segnate dal tempo, è una carezza calda sulle onde carezzate da altre onde. l’uomo s’accosta al ragazzetto. capelli, pochi, comunque al vento. pisci?, chiede l’uomo. piscio anch’io se non ti spiace, aggiunge, lo sguardo all’orizzonte.

dunque la fai. dunque la faccio, la voce del ragazzetto è quella che è, sicura perché deve. fai cose che ho fatto anni fa, ragazzo. le stesse. le fai ancora. è così che deve andare, uomo. non c’è niente da fare. la tua pipì è più bianca della mia. è la salute, e non ti riguarda, ragazzo. ma io disegno cerchi.

l’uomo ha ragione: disegna cerchi giù dallo scoglio, il liquido s’avvolge in giri che arrivano dispersi in acqua, sono singole gocce. accetti cose che prima disdegnavi, sol perché devi crescere, ammonisce l’uomo. non è forse questo il senso, uomo? ma danneggi me, ragazzo. danneggio tutti. e poi devi viaggiare, dicono. è vero? così dicono, risponde l’uomo.

l’uomo piscia ancora. il ragazzetto ha quasi finito, poi ci ripensa e piscia ancora. guardi mai avanti, uomo?, chiede. se guardo avanti, e vedo te, so solo che ho guardato avanti. e tu? mi hanno detto di non farlo, uomo. allora, ragazzo, ti racconterò una storia, che sarà metafora di quel che voglio dirti.

l’uomo racconta la storia. i due uomini pisciano ancora. il ragazzo non cambia espressione. cos’hai imparato, ragazzo? la pietra su questo scoglio può franare, meglio andar via, uomo. non ti seguirò. sono io che non seguo te: non conviene, uomo.

i due uomini s’abbottonano i pantaloni e si allontanano. il mare pensa agli affari suoi. il giorno dopo non ci sono più orme nella sabbia.


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